A-ha, rieccoci con i Best 15 di Comicom: i videoclip più belli secondo noi che omaggiano il mondo dei fumetti (non dell’animazione in generale, campo sterminato di indagine). Dall’immaginario dei supereroi al sapore vintage dei comics, è incredibile constatare quanto sia un linguaggio pervasivo, che dà grandi possibilità creative.
… Precisando che i Black Sabbath, con Iron Man, non si riferivano al supereroe della Marvel, pur essendo stati inseriti nella colonna sonora dell’omonimo film del 2008.
1. a-ha, animazione di Michael Patterson & Candace Reckinger - Take On Me (1984-85)
Fuga nel mondo dei fumetti, un must. Il video vinse sei premi. La tecnica si chiama “rotoscoping” e ha destato l’entusiasmo di una generazione (come viene ampiamente descritto qui su Comic Book Resource).
2. Serge Gainsbourg featuring Brigitte Bardot – Comic Strip (1968)
Ne abbiamo già parlato qui e comunque non può mancare questa perla pop dedicata a Barbarella.
3. Colonne sonore di film tratti da fumetti
Flash dei Queen? Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me per Batman Forever degli U2? Madonna, Sooner Or Later per Dick Tracy? I Flaming Lips di Spiderman? La lista è infinita…
4. Radiohead, Magnus Carlsson - Paranoid Android (1997)
Dal talento disturbante dell’animatore e illustratore svedese, una storia assurda sulle note di Tom Yorke.
5. Un po’ tutti i video dei Gorillaz - Jamie Hewlett
… perché è una band che esiste solo nei disegni del fumettista statunitense e nelle collaborazioni, sempre diverse, che riesce a creare il leader dei Blur Damon Albarn. Essendo dei personaggi virtuali, all’MTV Europe Music Awards 2005 a Lisbona si sono esibiti in forma di ologrammi. Perfino il maestro Neil Gaiman li ha intervistati per Wired (qui), dove hanno riconosciuto l’influenza visiva dello Studio Ghibli (quello di Hayao Miyazaki per i profani).
6. Air – Sexy Boy (1997)
Balloon, vintage e scimmie in volo per la canzone del gruppo francese (il cui acronimo sta per ”Amour, Imagination, Rêve”).
7. Peggy Lee - We are Siamese (1955)
Ok, non è un fumetto, ma questo straordinario video documenta il making of di una delle più celebri musiche del dineyano Lilli e il Vagabondo. Ritmo e movimento si basano sulle magnifiche illustrazioni dello storyboard – e qui ci ricolleghiamo all’arte sequenziale. Insomma, ci siamo capiti.
8. 883 – Il grande incubo (1995)
Max Pezzali è meno fascinoso di Dylan Dog, ma qui fa più tenerezza.
9. Wilco – Dawned On Me (2012)
Un omaggio nostalgico e affettuoso alle animazioni di Popeye della vecchia scuola Fleischer Brothers ma anche ai fumetti originali di Frank Caruso e Ned Sontagg consultabili sul sito-omaggio Wilcospinach.com.
10. Adriano Celentano e Mina - Che t’aggia di’ (1998)
Paperina de noantri…
11. Crash Test Dummies – Superman’s Song (1991)
Un po’ luttuosa, ma con ironia…
12. Tom Petty And The Heartbreakers – Runnin’ Down A Dream (1989)
Come si vedrà, il riferimento alle strip di Little Nemo di Winsor McCay ritorna nella storia dei video musicali.
13. Rats Live On No Evil Star – Tree In The Green (2011)
Un nome che è un palindromo, un video forse non proprio rispettoso del copyright ma esperimento interessante.
14. Jimmy Buffet – Captain America (1971)
Ma non l’hanno messa nel nuovo film…
15. Jascha Hoffman, Benjamin Harrison – Original Art: Winsor McCay – Some Hungry Guy (2011)
Per il video di “Some Hungry Guy” del compositore Jascha Hoffman, il regista Benjamin Harrison ha ripescato le secolari strisce di “Little Nemo” di Winsor McCay e gli ha dato vita digitale. Ha anche trovato un modo per mettere la faccia di Hoffman al posto di quella di Little Nemo, con un effetto un po’ discutibile (ma ci è piaciuta l’operazione di rispolverare un fumetto di importanza mondiale di tanti tanti anni fa, cosa che tradisce sicuramente una passione…).
Per concludere in bellezza, andatevi ad ascoltare Stop Talking About Comics (Or I’ll Kill You) degli Ookla The Mok…
(photo courtesy of Roberto Recchioni)
L’edizione 2012 del Festival de la BD di Angoulême è stata forse una delle più sobrie degli ultimi anni.
Sarà per la scomparsa del padiglione in stile gangsta delle Edizioni Soleil (che dopo la recente acquisizione hanno portato al festival un padiglione minimale e molto elegante), sarà perchè l’organizzazione è stata impeccabile come sempre nel gestire i flussi dei visitatori (che non erano forse così copiosi come in passato), sarà perchè si respirava un’aria di pacata austerità (crisi è una parola grossa).
A fronte di un (si dice) dimezzato volume di ordini da parte dei distributori, gli editori presenti (assenti ormai più o meno cronici Dupuis e Humanoides Associées) hanno comunque mantenuto il livello quantitativo e qualitativo degli anni precedenti.
Dal punto di vista mediatico, grazie all’iniziativa dell’Ente per lo Sviluppo del Turismo Francese, cinque blogger italiani sono stati invitati a seguire l’evento in diretta (con contorno di soggiorno guidato nella splendida regione del Cognac). Potete quindi leggere racconti e resconti sui blog di Roberto Recchioni, Daniele Gud Bonomo, Paolo Campana, Matteo Stefanelli, Andrea Longhi.
Allietati dalla compagnia di amici e colleghi (tra i quali segnaliamo Diego Cajelli che sul suo blog Diegozilla – qui il link - sviluppa diverse riflessioni interessanti sul mercato francese del fumetto) abbiamo visistato mostre e sfogliato una quantità sterminata di volumi.
Moltissimi gli eventi ufficiali e non legati al festival, in particolare segnaliamo la mostra dedicata ad Art Spiegelman e l’esposizione dei lavori collettivi legati all’iniziativa “L’Europe se dessine“, dove diversi disegnatori di tutto il continente si sono cimentati in un racconto di viaggio collettivo e ricco di spunti.
Sul fronte delle uscite editoriali segnaliamo in particolare cinque volumi (ma l’elenco sarebbe sterminato): “Portugal” di Cyril Pedrosa (che si è aggiudicato il premio FNAC e che è stato diffuso via web – qui – prima di essere raccolto in uno splendido e corposo volume), “Je, François Villon” di Luigi Critone per Edizioni Delcourt (un volume delicato ed elegantissimo), “Petite histoire du grand Texas” di Grégory Jarry e Otto T. per Edizioni FLBLB (avevamo già recensito la “Piccola storia della colonie francesi” in passato, la copertina di questo volume la dice lunga sull’approccio corrosivo e ironico dei due autori), “Les Ames Sêches” per Casterman del maestro Alberto Pagliaro e l’edizione francese di “Hilda and The Midnight Giant” della coraggiosissima Nobrow Press.
Non sono del tutto inediti ma meritano comunque una segnalazione i volumi tutti italiani editi da Ankama - (uno degli editori più poliedrici e giovani del panorama francese): “Ghost” – di Diego Cajelli e Andrea Mutti (presentato da Edizioni BD in anteprima per il mercato italiano alla scorsa Fiera di Lucca) e “Mafia Tabloïds” – di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso (edizione francese del volume dedicato alla vicenda di Peppino Impastato edito in italia da Becco Giallo).
Il mercato francese dell’editoria a fumetti si conferma, anno dopo anno, attraverso crisi e momenti di grande difficoltà, un sistema ricchissimo di spazi ed estremamente attento ai propri lettori (e ai propri autori!).
Vedremo nel corso dell’anno quali volumi raggiungerano le italiche sponde editoriali.
[SA]
Sono finite le vacanze, abbiamo smontato l’albero di Natale e il livello di zuccheri si è fortunatamente abbassato. E Comicom torna con questa bella intervista.
Lo slogan di Mamma! è: “se ci leggi è giornalismo, se ci quereli è satira”.
Dal manifesto della rivista a fumetti citiamo:
“Il nostro sguardo ironico è profondamente immerso nel nostro tempo, nella realtà sociale e microsociale che viviamo quotidianamente, e pur non escludendo a priori forme di racconto intimista o messaggi che richiamano valori assoluti e universali nel tempo e nello spazio, sentiamo la necessità di trasformare in parole e tratti l’epoca in cui viviamo, per provare a raccontarla da una prospettiva diversa da quella a cui ci hanno abituati.”
Abbiamo fatto qualche domanda al direttore Carlo Gubitosa.
1. È cambiata la vostra “missione sociale” con il parziale mutamento del panorama politico italiano?
Assolutamente no, già dal secondo numero della rivista (parliamo di un anno e mezzo fa) ci siamo intenzionalmente “deberlusconizzati”, perché quel personaggio ci stava assorbendo troppe energie, perché ci siamo convinti che esistono poteri più devastanti e dannosi del suo (ad esempio quelli finanziari) e perché da sempre la nostra missione non è quella di bersagliare un determinato personaggio, ma le storture del potere in tutte le sue forme. Per questa ragione abbiamo da subito incalzato il governo Monti su www.mamma.am con dieci domande che in un secondo tempo anche il quotidiano “Liberazione” ha voluto pubblicare.
2. Satira o giornalismo?
Noi siamo una rivista di giornalismo che fa satira a fumetti, perché usiamo intenzionalmente ogni genere giornalistico e grafico e ogni possibile stratagemma editoriale per fare quello che dovrebbe fare la grande stampa: creare strumenti per capire la realtà. E di volta in volta, a seconda dei contenuti, decidiamo se lo strumento più adatto è un tradizionale articolo testuale, un articolo illustrato, un’infografica (noi le chiamiamo “grafinchieste” e le facciamo sul paginone centrale), un fumetto con molto testo, un fumetto con poche e brevi informazioni testuali o una illustrazione che dice tutto senza parole. Ci sentiamo su una linea di frontiera simile a quella che è stata attraversata negli anni ’50 quando le tecnologie hanno affermato il nuovo genere del fotoreportage, mentre fino a quel momento gli articoli erano delle semplici colonne fitte di testo. La nostra convinzione è che domani non si potrà fare a meno del fumetto nella pratica giornalistica esattamente come oggi non si può fare a meno della fotografia.
3. Avete dei modelli ispiratori?
Il nostro piano editoriale nasce dall’ibridazione di molti generi diversi tra loro, e quindi sono molteplici anche le nostre fonti di ispirazione. Per gli articoli ci ispira Riccardo Orioles, un “grande vecchio” del giornalismo d’inchiesta che ci scrive dei magnifici editoriali e ci ha coinvolto nella rinascita dello storico mensile “I Siciliani”, fondato dal giornalista Pippo Fava, che ora è tornato in rete su www.isiciliani.it con un inserto di “giornalismo a fumetti” curato proprio da noi di Mamma!. Per le illustrazioni ci ispira il New Yorker, per il giornalismo a fumetti ci ispirano Joe Sacco e precursori italiani come Sergio Angese e Francesco Cascioli, per le grafinchieste ci ispirano i temi più complesi del momento che cerchiamo di riassumere in poco spazio con l’aiuto della grafica, per le vignette satiriche ci danno ispirazione movimenti internazionali come i Cartooning for peace al quale partecipano molti dei nostri autori.
4. Quali sono le situazioni maggiormente complicate che avete incontrato sulla strada di Mamma!?
La burocrazia necessaria per registrare lo statuto della nostra associazione culturale, il percorso a ostacoli per registrare la testata giornalistica, l’odissea infinita per capire come diavolo funzionano gli abbonamenti postali. Con una laurea da ingegnere in tasca, le procedure postali per spedire in abbonamento mi hanno messo alla prova più degli esami di analisi matematica. Ne siamo usciti all’italiana, con l’aiuto della signora Milena delle poste che ci ha fatto da angelo custode aiutandoci ad uscire da un labirinto dove altri ci hanno rimesso le penne.
5. E le più belle soddisfazioni/rivincite?
Vedere l’elenco degli abbonati che cresce pian piano giorno dopo giorno, ricevere attestati di stima da chi ci legge, aver ricevuto il prestigioso premio di satira del Comune di Forte dei Marmi, aver dimostrato con uno zoccolo duro di abbonati paganti e nemmeno un centesimo investito nel marketing che la crisi non riguarda l’editoria, ma i grossi editori incapaci di innovare, aver avuto tra i nostri fondatori un grande autore di satira come Francesco Cascioli, purtroppo scomparso a pochi numeri dalla nascita della rivista, aver tenuto a battesimo il giovanissimo e bravissimo Marco Pinna con il suo libro d’esordio dedicato alla “R-Esistenza precaria” dell’operaio Nicola (www.mamma.am/nicola), ricevere apprezzamenti per quello che facciamo da grandi maestri come Vincino Gallo e Vincenzo Sparagna, poter pubblicare una tavola di Andrea Pazienza sbiadita e scolorita dal tempo che il vignettista Pietro Vanessi ha ritrovato per caso a Porta Portese, intervistare per l’occasione l’intelligentissima e gentilissima Marina Comandini, la moglie di Andrea, avere una delle nostre autrici (Betti Greco) che ha vinto un premio di satira della Commissione Europea all’ultimo festival di Internazionale a Ferrara, aver conosciuto come piccoli editori grandi firme della satira e del fumetto che abbiamo incontrato come piccoli lettori, ma soprattutto aver tessuto relazioni umane, artistiche e professionali ricchissime che ti ripagano di tutte le fatiche, le difficoltà economiche e i mancati introiti dei lavori che potremmo fare se non avessimo deciso di investire su questo folle progetto editoriale.
6. Cosa farà oggi Nicola per resistere precariamente?
Nicola sta studiando, e frequenta assiduamente le sedi del sindacato e i gruppi di studio sull’economia alternativa. Per ora ha capito che quella dei tecnici è solo una scusa, che il governo attuale è squisitamente politico e che le sue decisioni sono tutt’altro che super partes. Poi si applicherà per capire i meccanismi con cui lo stanno fregando.
7. Perché lo definite “un piccolo manuale di socio-economia travestito da fumetto”?
Perché nella parte centrale, come nella migliore tradizione dei film di James Bond, il cattivissimo spiega tutti i suoi piani all’eroe dopo averlo catturato, e noi ci siamo avvalsi della consulenza di un economista per spiegare in poche tavole a fumetti i giochi di scatole cinesi con cui il grande capitale riesce a mettere i profitti nelle sue tasche pescando dalle tasche dei risparmiatori quando si vogliono coprire delle perdite. Per noi realizzare questo libro non è stato solo divertente, ma anche istruttivo.
L’acquirente distratto di La straordinaria invenzione di Hugo Cabret (di Brian Selznick, 2007, Mondadori) sarà rimasto sorpreso. A un certo punto la pagina scritta scompare e la narrazione prosegue per illustrazioni: grandi tavole mute che ci mostrano sequenze intere del romanzo.
Poi torna la pagina scritta, poi di nuovo l’illustrazione… in un susseguirsi e in una modulazione di linguaggi che rende il libro di Selznick unico e pioneristico nel suo genere.
Non più testo e immagine a corollario l’uno dell’altra, ma una narrazione che usa entrambi i linguaggi in modo alternato ma logico e sequenziale. Da un lato la suggestione immaginativa della parola scritta, dall’altro le splendide matite dell’autore che evocano un mondo mirabolante e fantastico (le potenzialità del quale non sono certo sfuggite a Scorsese che ha ultimato da poco la lavorazione del film tratto da questo romanzo).
Chi si troverà tra le mani il nuovo romanzo di Fabio Geda (L’estate della fine del secolo, 2011, Baldini Castoldi Dalai) si troverà davanti a una sorpresa analoga: nelle ultime pagine, un breve fumetto d’avventura (anzi proprio di supereroi!) disegnato da Andrea Riccadonna.
Il giovane artista torinese, attivo da anni nel campo dell’editoria scolastica e della grafica pubblicitaria, oltre che nel campo del fumetto (con Edizioni BD ha pubblicato tra gli altri David e Shutter Island per le sceneggiature di Stefano Ascari) ha infatti realizzato una breve storia di Shukran, un eroe un po’ particolare.
Andiamo a scoprire chi è, e perché…
1. Andrea Riccadonna, come nasce questa collaborazione con Fabio Geda?
Consco Fabio da moltissimi anni e lui ha sempre avuto una passione per la scrittura e anche per i fumetti… tanto che la prima volta che mi sono trovato al Festival de la BD di Angouleme a presentare delle tavole, il soggetto e la sceneggiatura del progetto con il quale mi proponevo agli editori era proprio di Fabio. Negli anni successivi non abbiamo più provato nulla insieme, e nel frattempo lui è diventato pure famoso!
L’idea di fare qualcosa insieme però rispuntava fuori, sino a che quest’estate mi ha chiamato offrendomi l’opportunità di questa collaborazione – anche se “collaborazione” non è proprio il temine corretto visto che il libro vive di vita propria e autonoma rispetto al mio contributo.
2. Come entra il fumetto in L’estate alla fine del secolo? Che cosa visualizza il fumetto e in che modo arricchisce il materiale “immaginario” dato dal romanzo?
Il fumetto, in questo caso specifico, è qualcosa in più. A Fabio interessava che ci fosse questo fumetto per cercare di dare una voce aggiuntiva, anche perché descrivere un fumetto a parole non è facilissimo e non voleva che venissero fuori delle pagine “descrittive” sul costume del personaggio o di altri, così ha pensato semplicemente di realizzare il personaggio con il mezzo per cui era stato pensato. Prova a descrivere velocemente Batman in con le parole… potresti pensare che sia un pazzo che gira vestito come un pipistrello per i grattecieli di una città un po’ gotica… Credo che perda parecchio rispetto ad una qualsiasi pagina di fumetto!
Sul piano narrativo quindi il fumetto nasce con l’idea di dare al personaggio principale una dimensione più reale: è un fumettista e Fabio ha pensato che se nel libro ci fosse stato il fumetto del protagonista il personaggio ne avrebbe guadagnato. Questa finzione è portata all’estremo, tanto che nello pseudo ‘retro’ di copertina il nome del disegnatore del fumetto è quello del protagonista del romanzo e non il mio.
3. Se non sbaglio il primo progetto a fumetti di cui parlavi affrontava il tema della desaparicion. Questo contributo al lavoro di Fabio è un apporto “leggero” (e neanche tanto) ma in un contesto tutt’altro che frivolo… credi che il fumetto in questo senso abbia delle potenzialità come medium? Cioè di veicolare contenuti alti e temi forti con una mediazione visiva che rende i temi stessi più accessibili?
Ne sono convinto, ma non necessariamente nel senso dell’accessibilità… non credo onestamente che Maus di Art Spiegelman sia più accessibile di Schindler’s List (Steven Spielberg, 1993). Il fumetto è un media e quindi con tutte le possibilità di un media. Ha però delle peculiarità che lo rendono più adatto ad alcune cose, e magari ha dei limiti, ma non in termini di argomenti che può affrontare. Forse nei modi: non potrà essere spettacolare come un film ma non per questo non può essere anche più profondo.
4. Le avventure di Shukran… quattro pagine per inventare e presentare un mondo e un media quindi…
Il problema era quello, in quattro pagine, di mettere un po’ tutti gli elementi che caratterizzavano il fumetto: le migrazioni, i CIE, i cattivi ed il personaggio principale. Questa è stata l’idea, più che raccontare una vera e propria storia. Tra l’altro dovevamo anche presentare il personaggio principale (che essendo di totale invenzione non può contare sulla conoscenza pregressa del lettore). Alla fine mi sembra che questi elementi ci siano tutti… e non è poco per quattro tavole!
Dal punto di vista creativo abbiamo comunque abbiamo lavorato in maniera un po’ “disordinata”: non c’è stata una vera e propria sceneggiatura come vorrebbe il metodo classico di produzione del fumetto. Ho fatto un primo storyboard partendo da un’idea di Fabio, poi lo abbiamo corretto fino a quando siamo stati soddisfatti. A quel punto sono passato alla realizzazione delle tavole finali.
5. Il romanzo classico rivoluzionato dall’interno con l’inserimento di parti di narrazione per immagini o veri e propri fumetti: è un mondo da esplorare dalle grandi potenzialità! Ci sono secondo te dei piani narrativi che sono più esprimibili con le immagini che con le parole? Di solito i due linguaggi, negli esempi esistenti, delimitano dimensioni diverse del romanzo: le immagini parlano all’immaginazione (non a caso…) di un personaggio, quindi una messa in abisso della fantasia; o determinano un passaggio in un piano temporale diverso (come in Hugo Cabret).
Se si trova un giusto equilibrio e soprattutto si sfuttano le varie potenzialità della parola scritta e del disegno può venirne fuori qualcosa di molto importante. Credo che sia stata la forza del volume LMVDM di Gipi (che non a caso poi si è cimentato con un altro media come il cinema con L’ultimo terrestre, n.d.r.) dove c’è molta più parola di un fumetto “classico”, e dove parola e disegno si fondono molto bene. In forma differente già Moore con Watchmen aveva provato questa strada e talvolta anche Neil Gaiman, con ottimi risultati.
Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot vestita da Barbarella in Comic Strip (Jean Bacques, 1968), semplicemente irresistibile.
httpv://www.youtube.com/watch?v=GeQGxJWGbb8
Grazie alla segnalazione del Direttore della Galleria Civica di Modena Marco Pierini, durante la sua ultima lezione sull’arte contemporanea “E non c’è niente da capire”, nel ciclo su arti visive e musica pop e rock.
Il video, in 16 mm, era fruito su uno scopitone, un juke box in cui era incorporato anche uno schermo.
Viens petite fille dans mon comic strip
Viens faire des bull’s, viens faire des WIP!
Des CLIP! CRAP! des BANG! des VLOP! et des ZIP!
SHEBAM! POW! BLOP! WIZZ!
J’distribue les swings et les uppercuts
Ça fait VLAM! ça fait SPLATCH! et ça fait CHTUCK!
Ou bien BOMP! ou HUMPF! parfois même PFFF!
SHEBAM! POW! BLOP! WIZZ!
Viens petite fill’ dans mon comic strip
Viens faire des bull’s, viens faire des WIP!
Des CLIP! CRAP! des BANG! des VLOP! et des ZIP!
SHEBAM ! POW! BLOP! WIZZ!
Viens avec moi par dessus les buildings
Ça fait WHIN! quand on s’envole et puis KLING!
Après quoi je fais TILT! et ça fait BOING!
SHEBAM! POW! BLOP! WIZZ!
Viens petite fill’ dans mon comic strip
Viens faire des bull’s, viens faire des WIP!
Des CLIP ! CRAP! des BANG! des VLOP! et des ZIP!
SHEBAM! POW! BLOP! WIZZ!
N’aies pas peur bébé agrippe-toi CHRACK!
Je suis là CRASH! pour te protéger TCHLACK!
Ferme les yeux CRACK! embrasse-moi SMACK!
SHEBAM! POW! BLOP! WIZZ!
SHEBAM! POW! BLOP! WIZZZZZ!
Ed ecco l’altra intervista, oltre a quella di Amruta Patil, che siamo riusciti a realizzare a Internazionale a Ferrara: che si è rivelato un bellissimo luogo di incontro e di scoperta.
Fuori dalla mostra a lui dedicata, Elogio della Pigrizia, organizzata dall’associazione Tapirulan e Red Publishing in collaborazione con ST.ART.47, abbiamo fatto due chiacchiere con Guido Scarabottolo (di cui avevamo già parlato qui).
Scarabottolo ha costruito con il suo stile sognante e raffinato l’immagine stessa della casa editrice Guanda, per cui ha realizzato la maggior parte delle copertine.
httpv://www.youtube.com/watch?v=9B-x0mWEBfo
Finalmente riusciamo a pubblicare l’intervista video con Amruta Patil, giovane autrice indiana di graphic novel, che abbiamo incontrato al Festival di Internazionale a Ferrara. La nostra intervista è seguita a un bell’incontro, moderato dallo storico e critico dell’immagine Ferruccio Giromini, in cui erano presenti anche il belga Denis Deprez e Sarnath Banerjee, disegnatore indiano, autore di Calcutta.
Quella indiana è una realtà estremamente interessante proprio perché si sta sviluppando e connotando negli ultimi anni: attraverso le opere di un gruppo di artisti altamente motivati, che stanno gettando le basi di qualcosa che parla ai lettori in modo nuovo.
Amruta Patil ha pubblicato in Italia Kari (Nel cuore di Smog City), una storia intensa che parla di metropoli e della ricerca di una propria umanità da parte della protagonista, una ragazza lesbica. È, al momento, l’unico fumetto indiano tradotto in italiano. Attualmente sta lavorando ad una graphic novel tratta dal Mahabharat, forse il più grande poema epico dell’India e uno dei principali testi sacri induisti.
Ciò che qui c’è, lo si può trovare anche altrove; ma ciò che qui non si trova, non esiste in nessun luogo.
httpv://www.youtube.com/watch?v=8oqFdcN772s
Breve Storia del fumetto – ultima parte
Il manga giapponese
Ci sono alcune analogie nello sviluppo del fumetto giapponese e americano, come la comune origine nella vignetta satirica e la successiva articolazione dei generi. Ma per tutto il resto, per il fumetto, quella nipponica è una sorta di realtà parallela. “Il Giappone è il primo mercato al mondo sia per il numero di titoli pubblicati che per la diversità di generi e le tirature. È il solo paese nel quale gli appassionati di fumetti siano numerosi quanto i telespettatori e dove il manga, in termini di influenza sulla mentalità e di familiarità, possa essere ritenuto il medium più importante.”(1)
È possibile rintracciare le origini dei manga nell’introduzione in Giappone, intorno al VI secolo, delle tecniche e degli strumenti grafici cinesi. Il termine manga nasce nel 1814, quando Katsuhika Hokusai, uno dei più grandi artisti della storia del paese, definisce i propri disegni caricaturali man-ga, ovvero immagini di derisione. Il termine viene poi ripreso nei primi del Novecento da Rakuten Kitazawa per definire i propri fumetti di ispirazione americana.(2)
Osamu Tezuka (1928-1989) è il grande maestro del fumetto giapponese. A sedici anni aveva già realizzato Goast Man & Onward to Victory, un manga di più di duecento pagine, realizzato per i suoi compagni di scuola, che ha molte delle caratteristiche future del suo lavoro e che presto diventeranno comuni a tutto il fumetto giapponese: un ritmo veloce, l’uso di primi piani, del chiaroscuro e delle onomatopee. Uno dei segni distintivi è l’inserimento di vignette o situazioni umoristiche all’interno delle sequenze di avventura, ma soprattutto Tezuka ha in mente, sin dall’infanzia, il dinamismo dei film d’animazione disneyani, e il suo disegno mira alla ricostruzione di quell’effetto.
Nel 1946, in un Giappone impoverito dalla tragica esperienza della guerra, la sua prima storia lunga, La nuova isola del tesoro, vende l’impressionante numero di 600.000 copie, lo story-manga diventa una grande industria. I temi cari a Tezuka sono l’ecologia e il pacifismo, la sua produzione si differenzia in una quantità di generi molto definiti, che corrispondono a target di pubblico specifici, anche per questo l’universo del manga sarà molto variegato.(3)
Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, mentre in Europa e negli Stati Uniti il medium televisivo ridisegna gli scenari della comunicazione di massa mettendo in difficoltà l’editoria a fumetti, in Giappone esplode il consumo di comics proprio grazie alla sinergia con la televisione, ancora una volta grazie a Tezuka. Nel 1962 fonda una propria casa di produzione di anime, così si chiamano i film d’animazione giapponesi.
Il nesso tra fumetto e cinema d’animazione si costituisce in apparati produttivi integrati, in cui le serie di manga più fortunate vengono immediatamente trasposte in ambito televisivo.
Questa integrazione muterà sia le anime che i manga, che si allontanano sempre più dai modelli occidentali e acquisiscono la loro caratteristica dinamicità, l’uso limitato del testo, la forte convenzionalità nella caratterizzazione dei personaggi.(4)
Il primo manga (ma sarebbe corretto dire gekiga, letteralmente immagini drammatiche, termine introdotto nel 1957 da Yoshihiro Tatsumi in contrapposizione a manga) (5) ad aver attraversato l’oceano, nel 1988, per sbarcare negli Stati Uniti e in Europa è stato Akira di Katsuhiro Otomo, una saga ambientata in una Tokyo sopravvissuta all’atomica.(6) Otomo ha un segno netto realistico, ma il suo è un modo di raccontare inedito per l’Occidente che lo porta a un notevole successo.
Alla fine degli anni Ottanta negli Stati Uniti nascono case editrici specializzate, i manga segnano profondamente l’immaginario di alcuni importanti autori occidentali, Frank Miller ad esempio si ispira ad una serie di Goseki Kojima, Kozure okami, per realizzare Ronin. Anche in Europa i manga cominciano ad interessare consistenti segmenti di pubblico, in Italia il successo è anticipato dalle serie animate trasmesse a partire dalla metà degli anni Settanta.
I problemi di adattamento, dovuti sia al formato diverso della scrittura, tendenzialmente verticale in Giappone, sia al diverso senso di lettura, da destra verso sinistra, sono stati superati negli ultimi anni con l’abitudine di stampare le traduzioni senza ribaltare il disegno, mantenendo la direzione di lettura di vignette e pagine da destra verso sinistra e l’originario bianco e nero.
Tutta la produzione del fumetto giapponese, se consideriamo sia le pubblicazioni su rivista, sia quelle in volume dei titoli più fortunati, copre attualmente quasi la metà dell’intero mercato editoriale, (7) con una distribuzione diversificata e un’offerta ipersegmentata nella quale i generi tradizionali si sono moltiplicati.
(di Marco De Giorgio)
(1) Thierry Groensteen, in Sergio Brancato, Fumetti – Guida ai comics nel sistema dei media, Roma,
Datanews Editrice, 1994, p. 146
(2) Daniele Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti, op. cit. p. 65
(3) Luca Raffaelli, Il fumetto, Milano, il Saggiatore, 1997, p. 54
(4) Sergio Brancato, Fumetti – Guida ai comics nel sistema dei media, op. cit. pp. 123-124
(5) Daniele Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti, op. cit. p. 68
(6) Luca Raffaelli, Il fumetto, op. cit. p. 55
(7) Franco Restaino, Storia del fumetto – da Yellow Kid ai manga, op. cit. p. 379
Lucca in una vignetta: dal 28 ottobre torna Lucca Comics a gran furore. Focus su Manuele Fior, Davide Reviati, David Lloyd (proprio quello di V per Vendetta), Jiro Taniguchi, mentre tra gli spazi bianchi ruggiscono le tigri di Salgari e vengono spente le cinquanta candeline di Zagor. Tra esotismi, avventure e poetiche pennellate si inserisce l’appassionato percorso della Self Area: i fumetti autoprodotti.
Comicom ha intervistato il collettivo Dr. Ink, autore di Come crescere un robottone felice ed evitare di distruggere il mondo, un libro autoprodotto a metà tra un fumetto e un manuale illustrato di design, scoppiettante di invenzioni visive e gadget. Il gruppo è formato da Matteo Cuccato, Christian Cornia, Matteo Freddi, Cristina Giorgilli, Alessia Pastorello e Federico Tramonte.
Presentazione a Lucca Comics 2011, domenica 30 ottobre alle 12 alla Sala Incontri con moderazione di Diego Cajelli.
Com’è nata l’idea di questo progetto?
Alcuni di noi, per un paio d’anni, hanno fatto parte dei Draw3rs2.0. Durante la scorsa fiera di Mantova è emerso il bisogno di creare una realtà più in linea con le nostre esigenze comunicative: volevamo provare a realizzare un progetto che fosse prettamente umoristico e che esaltasse le capacità di ognuno. Abbiamo quindi dato vita a un nuovo collettivo che puntasse su un progetto comune. La prima ipotesi è stata quella di realizzare un fumetto con un’unica storia realizzata a più mani. Ma ci siamo resi conto che in questo modo la differenza tra i nostri stili avrebbe potuto penalizzarci. Serviva un tema molto flessibile che ci aiutasse a esprimerci come singoli e, allo stesso tempo, valorizzasse il prodotto. Il tema Robottoni è venuto naturale, perchè ci accomuna tutti. Invece il fatto di realizzare un manuale invece che un fumetto, ci permetteva di sviluppare ciascuno il proprio tema in perfetta autonomia.
Una breve descrizione dei partecipanti… chi fa cosa?
Anche se professionalmente abbiamo tutti uno specifico punto di forza in questo progetto ciascuno ha curato in toto la propria sezione di lavoro. Abbiamo lavorato singolarmente ma sempre correggendoci a vicenda e supportandoci in tutte le fasi della produzione. Per quanto riguarda l’aspetto grafico e l’editing ci siamo affidati all’aiuto di Salvatore Santaniello e Maura Riva, che hanno davvero fatto la differenza.
Perchè avete scelto la strada dell’autoproduzione?
Il progetto che potrete vedere a Lucca è molto complesso. Prevede infatti la presenza di molti elementi particolari: acetati, pop-up, paper toy, etc… L’unico modo per non scendere a compromessi sul risultato che volevamo ottenere era autoprodurlo.
Cosa significa per degli autori professionisti affacciarsi sul mercato dell’autopromozione? Quali strumenti di marketing, quali strategie?
Prima di tutto vuol dire mettersi in gioco totalmente. Non si è trattato solo di fare bene il nostro (conosciuto) lavoro, ma di dare il meglio anche in tutto quello che di solito fanno altri al posto nostro. Siamo partiti da un’idea, l’abbiamo rimodellata in base ai problemi tecnici che ci ha evidenziato lo stampatore, poi l’abbiamo di nuovo adattata alle esigenze del rilegatore, ora stiamo capendo come pubblicizzarla e proporla. Sono tutti step fino ad oggi sconosciuti. E’ faticoso ma professionalmente stiamo crescendo come non avremmo potuto fare in altra maniera.
Che prospettive ha il vostro gruppo? Quali progetti in pentola? Cosa vi aspettate da questo progetto sul piano professionale?
Al momento siamo concentrati sul primo appuntamento, che è Lucca, abbiamo delle idee sul futuro ma sono ancora confuse. Dopo questa esperienza decideremo quale sarà la nostra strada.
(Cri) Fino a un mese fai avrei detto che stavo realizzando questo volume per dimostrare quello che posso fare nella speranza di evolvere ulteriormente e trovare dei lavori che mi incuriosissero di più. Oggi, guardo il volume, e penso che con una casa editrice alle spalle difficilmente avrei potuto essere così libera nelle mie scelte e inizio a pensare che ho fatto questo volume per poterne poi fare un altro… ma ancora di tasca mia!
(Ale) Avevo voglia di mettermi in gioco con qualcosa di completamente diverso da quello fatto fin’ora e che mi lasciasse una maggiore libertà d’azione e creazione. Qualcosa di complesso che da sola però non avrei potuto fare ma che lavorando in team fosse possibile e che mi facesse crescere professionalmente sotto diversi punti di vista.
(Teo) Onestamente? Volevo fare qualcosa di decisamente bello. Adesso voglio solo godermi il fatto che ci siamo riusciti.
(Tram) Io devo ancora capire bene COSA sta succedento (e soprattutto COME). Quando avrò un attimo per femarmi ci penserò, farò un esaurimento nervoso postumo e, uscito dall’ospedale, riprenderò a disegnare, magari pure ad essere pagato per farlo (utopia!!).
(Cato) Io come al solito sono sempre con la testa a quello che potremo fare dopo Lucca, un pò perchè non so godermi il presente e un pò perchè non vedo l’ora di iniziare qualcosa di nuovo!
(Chris) Al momento sono già proiettato al seguito… la lavorazione, nonostante lo stress e la corsa, e il gruppo è stata così esaltante che non vedo l’ora di mettermi a pensare al prossimo lavoro… e sarà battaglia per il tema!
Il mondo delle autoproduzioni spesso propone alcune delle idee più innovative e forti nel panorama editoriale fumettistico italiano… qual’è il pregio di questo approccio? E quale invece il limite più grosso?
Il pregio è sicuramente la libertà di azione. Puoi scegliere tutto da te! Di limiti, per ora, ne evidenziamo due. Il primo è la disponibilità economica, perchè comunque un progetto come questo ha un costo non indifferente. Il secondo è che senza il supporto di una casa editrice la gestione del marketing è molto più complessa perchè non abbiamo canali pubblicitari già strutturati: anche qui bisogna fare tutto da zero!
Volete dirci qualcosa sullo splendido Robot – softies?
Nel volume ci sono 4 illustrazioni di autori extra gruppo. Una di queste è di Elena Grigoli. Lei realizza pupazzi in panno da anni e, in questo caso, si è talmente lasciata coinvolgere che ha realizzato 4 diversi Softies di robot. Uno, quello che abbiamo postato, è lo stesso che ha poi inserito nella sua illustrazione.
Il vostro robot preferito. E Jeeg non vale perchè piaceva a tutti…
- (Cri) Yattacan
vale?
- (Ale) Daltanious! E’ quello che ho seguito di più! E poi Kento è un pirla patentato!
- (teo) il Gaiking. Adoravo il suo design.
- (tram) I Cylon valgono? Eddai Teo, non fare quella faccia! Non ha specificato “robot jappo”!
- (Cato) Voltron, è quello che mi è rimasto più impresso nella mente ed è anche quello che mia sorella, alla tenera età di 2 anni, ha distrutto senza pietà facendo volare rottami di leoni robotici giocattolo per tutta la stanza…
- (Chris) Trider G7 mi piaceva che non ci fosse una vera base ipertecnologica e che fossero sempre senza soldi
Breve storia del fumetto – Il fumetto in Italia dagli anni Sessanta ad oggi 12° parte
<11° parte
All’inizio degli anni Settanta sono tre le riviste che si dividono il mercato: Linus, Eureka e Il Mago, intanto cresce l’influenza della produzione sperimentale francese (1).
Nel 1974 nasce, da una costola di Linus, Alterlinus, che diventa poi AlterAlter, cosi mentre la rivista madre continua a pubblicare gli autori italiani e statunitensi che la caratterizzano, Alter Alter raccoglie la produzione più recente e innovativa soprattutto dell’aria francese e tre autori argentini che influenzeranno molto il fumetto europeo: Alberto Breccia e la coppia José Muñoz e Carlos Sampayo.
Il primo, considerato già negli anni Cinquanta il miglior disegnatore argentino, compie nell’arco della sua carriera un lavoro di ricerca espressiva fondamentale.
Muñoz e Sampayo, disegnatore il primo, sceneggiatore il secondo, sono gli autori della serie poliziesca Alack Sinner, pubblicata in Italia a partire dal 1975.
Si tratta di un poliziesco dal taglio inconsueto, l’investigatore privato Sinner, al centro delle vicende, è un personaggio profondo e complesso, così come lo stile figurativo, “un realismo espressionista che gioca in maniera drammatica il contrasto bianco e nero”(2) e con deformazioni lontane dalla caricatura umoristica.
Muñoz e Sampayo diventano immediatamente un modello destinato a fare scuola, in Italia come in Francia e negli Stati Uniti.
Mentre in Francia sono i primi anni Settanta il periodo di maggiore fermento, in Italia il nuovo corso del fumetto comincia a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, proprio grazie alla spinta dello sperimentalismo francese e nel clima del movimento studentesco bolognese.

Si forma un gruppo di giovani autori che sentono il fumetto come un mezzo espressivo libero dai condizionamenti del mercato. Filippo Scozzari è il componente più anziano, fonda nel 1977 la rivista Cannibale insieme a Tamburini, Liberatore, Mattioli e Pazienza.
Gli stessi autori parteciperanno, tra il 1979 e il 1981, all’esperimento della rivista di satira politica Il Male e, dal 1980, a Frigidaire, mensile che, pur privilegiando il linguaggio dei fumetti, è una rivista di tendenza che si occupa di arte, cultura e politica, soprattutto sotto la direzione di Vincenzo Sparagna. Il gruppo di Cannibale sarà al centro della crescita del fumetto italiano degli anni Ottanta.
La prima produzione, apparsa inizialmente su Cannibale in bianco e nero e successivamente su Frigidaire a colori, è RanXerox, i testi sono di Stefano Tamburini e i disegni di Tanino Liberatore, ma collabora anche Andrea Pazienza. Quest’ultimo è l’autore più innovativo del gruppo, ha grandi capacità grafiche e narrative che coniuga a una immediatezza comunicativa unica, è capace di fondere insieme più registri stilistici per esprimere al meglio la qualità emotiva del momento. Il suo personaggio più noto è Zanardi creato nel 1981, una simpatica canaglia ai confini con la delinquenza che diventa simbolo di una generazione.
Pazienza introduce nel fumetto il genere autobiografico raccontando ne Gli ultimi giorni di Pompeo la propria vita, instaurando con il lettore un rapporto diretto vivo e forte (3). Vanno citati due autori che in questi anni pubblicano su Linus e Alter Alter: Milo Manara, che esordisce nel 1976 con Lo scimmiotto, su testi di Silverio Pisu, che raggiunge la notorietà con fumetti di genere erotico; Attilio Micheluzzi, il quale disegnava già per il Corrierino e il Giornalino, autore di Petra Chérie.
Per quanto riguarda invece la parte più sperimentale delle pubblicazioni di Alter Alter, a parte lo spazio dedicato ai francesi di Métal Hurlant, nel 1983 ospita il gruppo bolognese d’avanguardia Valvoline, gruppo legato agli autori di Frigidaire. Ne fanno parte Carpinteri, Jori, Igort, Brolli, Kramsky e Mattotti. Quest’ultimo è l’esponente di spicco, uno dei più importanti autori italiani contemporanei, il suo stile è contraddistinto da una “ricerca di espressione mediata attraverso l’immaginario visivo pittorico reinterpretato in veste di strumento emotivo,” (4) ed infatti Lorenzo Mattotti è anche illustratore oltre che fumettista.
Igort (Igor Tuveri), che esordisce nel 1982 con Goodbye Baobab scritto da Daniele Brolli, è invece il cuore organizzativo del gruppo, non a caso negli ultimi anni ha fondato la Coconino Press, una delle case editrici più attive e attente, quella che pubblica Gipi (Gianni Pacinotti), in questo momento l’autore italiano di maggior talento.
Altre riviste nascono agli inizi degli anni Ottanta, come Totem, Orient Express, L’eternauta, Comic Art, Dolce Vita. Ma già a partire dal 1985 questa stagione si chiude, gli autori italiani più noti lavorano prevalentemente fuori dall’Italia, le riviste entrano, scompaiono le riviste che per venti anni erano state il luogo del rinnovamento.
Rimangono in campo i grossi editori del fumetto mainstream: Astorina con Diabolik, Bonelli, Disney. Disney fa storia a parte, una storia poco legata agli eventi del fumetto italiano, dal 1986 riprende il controllo diretto della produzione italiana, togliendo i diritti alla Mondadori. È complicato parlare di originalità nel caso degli autori Disney, ma va detto che, a partire dagli anni Cinquanta, il contributo della scuola italiana e di autori come Romano Scarpa, Giovan Battista Carpi e, più tardi, Giorgio Cavazzano, è stato importante, forse addirittura il più interessante tra gli anni Sessanta e Settanta, ed oggi una parte della produzione che Disney distribuisce in tutto il mondo è italiana. (5)
Bonelli a sua volta ha avviato un rinnovamento tematico e stilistico, spesso assorbendo autori e caratteri del fumetto meno commerciale, producendo titoli più complessi come Martin Mystère o Dylan Dog, ed entrando anche in libreria con raccolte in cartonati costosi di storie particolarmente riuscite.(6)
Mancano da questo momento gli spazi in grado di ospitare e proporre i nuovi autori che pure esistono. Altri piccoli editori riescono a crearsi una nicchia con personaggi e titoli nuovi mentre compaiono i manga, i fumetti giapponesi che in poco tempo conquisteranno il mercato.
(Marco De Giorgio)
(1) Franco Restaino, Storia del fumetto – da Yellow Kid ai manga, op. cit. pp. 303-304
(2) Ivi, p. 308
(3) Daniele Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti, op. cit. pp. 121-122
(4) Ivi, p. 138
(5) Ivi, p. 49
(6) Franco Restaino, Storia del fumetto – da Yellow Kid ai manga, op. cit. p. 31

