Quanti persone di colore vedete quotidianamente? Questa percentuale è rispettata nella rappresentazione del mondo nei film? E nei fumetti?
Oggi è il Black Comic Book Day, anzi uno dei giorni dedicati, il gran finale. Perché la blacksploitation c’è anche nel fumetto.
Come i film (ah, Shaft) i fumetti possono esplorare domande scottanti: come il colore influenza le emozioni, come le immagini stereotipate danno – o meno – delle conferme, come le prospettive possono influenzare la percezione, che ruolo svolge il realismo o la sua mancanza nel messaggio di un’opera.
Un importante vantaggio delle graphic novel è che presentano visioni alternative della cultura, della storia, delle la vita umana in generale, in modo accessibile, dando voce alle minoranze e ai diversi punti di vista. Il fumetto concorre nella creazione dell’immaginario collettivo dei lettori (e se vi sono delle lacune sistematiche bisogna porsi qualche domanda).
Per ripercorrere la storia della rappresentazione delle persone di colore nei fumetti vi rimandiamo a questo documentato link su Wikipedia.
Con il libro a fumetti Un fatto umano. Storia del pool antimafia (Einaudi, 2011) Manfredi Giffone, Fabrizio Longo e Alessandro Parodi mettono in scena le vicende di Falcone, Borsellino e dell’Italia nei suoi anni più inquietanti. L’argomento è assolutamente attuale, basta aprire un giornale, non è affatto “storia passata”.
La rappresentazione è molto particolare: oltre alla scelta del fumetto, i personaggi sono rappresentati come animali antropomorfi, tra le suggestioni di un racconto morale e quelle di una metamorfosi visionaria e provocatoria.
Comicom ha fatto alcune domande allo sceneggiatore Manfredi Giffone.
Com’è nato il team di lavoro che ha portato alla realizzazione del volume? Il rapporto con la casa editrice come si è sviluppato?
Ho conosciuto Alessandro e Fabrizio nel 2004 quando degli amici in comune ci hanno messo in contatto per realizzare insieme alcune storie brevi. Noi tre avevamo gusti diversi in fatto di fumetti ma delle idee simili sul tipo di prodotto che ci sarebbe piaciuto realizzare. Eravamo ansiosi di metterci davvero alla prova e raccontare una storia che fosse ambientata in Italia e che si prestasse a fare un fumetto di ampio respiro e così abbiamo cercato un’idea che convincesse tutti.
Dopo un paio di anni di progetti a vuoto ci siamo concentrati sulla storia del pool antimafia (e quindi anche della mafia degli anni Ottanta) e abbiamo realizzato degli studi preliminari e una sinossi. L’agenzia letteraria Marco Vigevani si è appassionata al progetto e in breve Einaudi Stile Libero si è fatta avanti. Da quel momento in poi abbiamo lavorato ancora altri quattro anni per portare a termine la sceneggiatura e in parallelo i disegni mentre aggiornavamo Einaudi sullo stato dell’arte.
La sceneggiatura ha subito diverse revisioni che ho fatto insieme a Rosella Postorino, bravissima editor di Einaudi, e la casa editrice, oltre a supervisionare il libro dalla resa tipografica fino alla tutela legale, ha inserito tutti i testi, utilizzando due font disegnate ad hoc dalla calligrafa Francesca Biasetton e digitalizzate dallo studio Ram di Bologna.
Come mai la scelta di animali antropomorfi per affrontare temi scottanti? Lo abbiamo visto in casi “eccellenti” (da Mausa Blacksad, ma anche nella letteratura non disegnata di La fattoria degli animali) e ricorda un po’ al contempo la fisiognomica simbolica… O è stata una riflessione anche sul titolo: la mafia, “un fatto umano” (da una frase di Falcone) in realtà bestiale, perché tutti gli uomini, nel bene e nel male sono anche animali, che attivano e subiscono istinti di potere, di forza, di dominio?
Il titolo del libro è stato deciso, di comune accordo con Einaudi, verso la fine della lavorazione. L’idea degli animali invece era una delle componenti fondamentali del fumetto fin dall’inizio. Quando ho pensato che si poteva raccontare a fumetti la storia di Falcone e Borsellino e degli altri uomini che hanno contrastato la mafia negli anni Ottanta, mi sono reso conto abbastanza presto che c’era un’enorme mole di personaggi da gestire. Ho cercato quindi un modo per aiutare il lettore a orientarsi e l’idea di utilizzare dei personaggi con fattezze animali permetteva di renderli più riconoscibili.
Questa soluzione presentava inoltre alcuni altri vantaggi. Ad esempio permetteva in certi casi di identificare immediatamente il carattere di una persona a seconda dell’animale a cui era abbinato visto che da secoli siamo abituati a pensare che un leone è coraggioso, un cane fedele, eccetera. Poi c’era la possibilità di riunire alcuni gruppi di personaggi a seconda delle specie o delle famiglie animali: i Corleonesi sono diventati dei cinghiali, gli Inzerillo delle scimmie, i Greco dei gufi e così via. Infine utilizzare dei personaggi con fattezze animalesche spostava in parte l’accento della storia, almeno a un primo sguardo, verso una rappresentazione quasi allegorica e questo ha creato un bel contrasto con la ricostruzione molto documentata degli avvenimenti e dei luoghi in cui si sono svolti i fatti.
Giornalismo a fumetti o “storia contemporanea” a fumetti: in che contesto si inserisce Un caso umano? Quanto tempo ci è voluto per svilupparlo e quali ricerche?
Un fatto umano è stato definito una graphic history e in effetti le ricerche che ho condotto per scrivere la sceneggiatura sono state simili a quelle che compie uno storico per scrivere un saggio. Nel complesso il lavoro di documentazione è durato circa sette anni e ho continuato a studiare fino a poco prima di andare in stampa.
In questo lasso di tempo ho consultato fonti eterogenee fra cui saggi di storia, reportage giornalistici, libri di fotografie, intere annate di quotidiani, le sentenze di numerosi processi, rapporti di polizia e ho avuto anche modo di vedere le foto dei più eclatanti delitti di Palermo scattate dalla scientifica.
Poi c’è stato il lavoro sul campo con materiale fotografico ad hoc e interviste a testimoni degli eventi di quegli anni. A seconda delle esigenze sono andato a scattare delle foto che magari servivano per poter disegnare un luogo in particolare, come la casa di Ninni Cassarà dove il commissario è stato ucciso in un agguato, il cavalcavia di viale Giafar a Palermo teatro di un’incredibile sparatoria fra Pino Greco e Totuccio Contorno o la rimessa delle barche a Porticello dove è stato assassinato il commissario Beppe Montana.
Ho avuto poi l’occasione di parlare con persone che all’epoca avevano un ruolo di primo piano nella vicenda che stavo raccontando come Leoluca Orlando, Giuseppe Ayala, Antonio Ingroia o entrare in contatto con alcuni familiari dei protagonisti della storia come Maria Falcone, Caterina Chinnici o Dario Montana. Tutte queste persone si sono dimostrate estremamente disponibili e questi incontri sono stati non solo molto utili per le ricerche che stavo svolgendo ma anche emozionanti. Il risultato di questa lunga ricerca è consultabile nella bibliografia pubblicata online sul sito di Einaudi in cui ho dato conto delle fonti su cui mi sono basato per scrivere ogni pagina del fumetto, in alcuni casi vignetta per vignetta.
Avete in atto o in programma un piano di divulgazione del fumetto oltre le pareti delle librerie specializzate e delle biblioteche? Si potrebbe usare nelle scuole, ad esempio? Perché questo fumetto ha un impatto diverso rispetto a un testo scritto?
La Fondazione Progetto Legalità è stata coinvolta nella lavorazione di Un fatto umano e ha concesso il suo patrocinio ritenendo che questo fumetto potesse essere un valido strumento per raccontare la storia dell’antimafia e della mafia agli studenti e sta lavorando alla sua distribuzione nelle scuole sia siciliane, sia nel resto d’Italia.
Credo che un fumetto come il nostro possa avere un impatto diverso rispetto a un libro sullo stesso tema perché si tratta di un prodotto ibrido che permette di avere allo stesso tempo una notevole fruibilità di lettura, grazie alla narrazione per immagini, e un alto grado di approfondimento.
C’è stato il rischio di attutire la drammaticità del reale, filtrandola attraverso l’illustrazione e il fumetto? Avete avuto delle critiche e, in tal caso, come avete ribattuto?
Al di là del mezzo utilizzato la storia che abbiamo raccontato resta profondamente drammatica ma direi che il fumetto, in questo caso, è una sorta di scudo di Perseo che ci permette di vedere l’orrore senza venirne travolti. Non abbiamo avuto critiche in tal senso forse perché nella messa in scena non ho edulcorato affatto gli episodi violenti per quanto efferati o sanguinosi possano essere stati. La dinamica dei delitti più importanti, ad esempio, è stata ricostruita a partire dai sopralluoghi della polizia, dalle relazioni di servizio e dalle perizie balistiche. Ho deciso però di evitare ogni forma gratuita di spettacolarizzazione della violenza e dunque in alcuni casi ho cercato delle soluzioni che fossero funzionali dal punto di vista narrativo.
Hai nuovi progetti come sceneggiatore di fumetti?
Al momento sono completamente assorbito dalla promozione del libro e devo confessare di non avere altri progetti nel cassetto. Sto valutando alcune proposte ma finora non c’è niente di concreto. D’altra parte ho scritto questa storia utilizzando un fumetto perché pensavo che fosse il mezzo ideale per raccontarla così come l’avevo in mente. Alla fine è stata una splendida avventura e se trovassi un’altra storia su cui mettermi al lavoro con la stessa dedizione e passione non credo mi tirerei indietro ma, nel caso, non è detto che si tratterà necessariamente di un altro fumetto.
“Nessuno è immune al tumore al seno. Quando si parla di cancro al seno, non ci sono donne o superdonne.”
Recita così la campagna di salute pubblica per la prevenzione del tumore al seno in Mozambico , creata dall’agenzia DDB per l’Associação da Luta Contra o Cancer. Ed ecco le super-testimonials dell’autopalpazione: Wonder Woman, Tempesta, She-Hulk, Catwoman.
Il concept è molto interessante, anche se viene da immaginarsi, davanti alle prosperose protagoniste disegnate, un team creativo tutto al maschile (e invece no, l’illustratrice è Maisa Chaves).
(Fonte: BoingBoing)
“Vi dirò, infine, cosa è (questa mostra n.d.r.): è il tentativo, da parte nostra, di ricomporre l’unità di persone che altrimenti sarebbero morte, certo, ma anche scomparse, come mai esistite. Invece quello che voi qui vedete è proprio il loro voler esistere, il loro voler significare. Che rimanga almeno un segno. Ebbene, il segno è rimasto, miracolosamente, per la profonda umanità di altre persone che tutto hanno conservato, riordinato ed accolto come incancellabile testimonianza di umana sofferenza ed emarginazione.” Giambattista Voltolini, co-curatore con Nicoletta Sturloni
I segni che rimangono sono quelli prodotti dai pazienti del dell’ex Ospedale Psichiatrico S. Lazzaro di Reggio Emilia: trovando un canale di comunicazione necessaria con se stessi e con l’altro da sé attraverso il disegno. Si ha notizia certa di una Scuola di Disegno all’interno del S. Lazzaro dal 1875, con intenti scolastici (attraverso gli insegnamenti e le correzioni di un maestro di disegno), in seguito lasciando che i pazienti si potessero esprimere liberamente, ognuno secondo il proprio modo.
Nella Settimana della Salute Mentale si celebra il segno su carta come fondamentale strumento espressivo di conoscenza del sé e di autoterapia: al Centro Alberione a Modena, con la mostra di Art Brut “I colori del silenzio”, dal 21 al 28 ottobre.

Immagini che (forse) non sono arte ma sono momenti di espressione libera e priva di vincoli degli internati, come modo per proiettare all’esterno il proprio mondo interiore con un effetto sicuramente catartico: in tal modo il paziente realizza una vera e propria Auto Terapia.
I risultati non sono stati influenzati da un insegnamento di scuola o di accademia e sono a tutti gli effetti documenti, momenti intensi di un percorso fissato su carta.
È importante non associare l’opera alla particolare sindrome dell’autore per evitare facili letture psichiatriche improvvisate, meglio lasciarsi interpellare sul piano delle emozioni che queste immagini suscitano e trasmettono in modo stupefacente.
Attraverso il disegno i malati riuscivano a uscire dalla dimensione emotivamente e spazialmente costrittiva dell’istituto, che così bene racconta Franco Basaglia:
“Una favola orientale racconta di un uomo cui strisciò in bocca, mentre dormiva, un serpente. Il serpente gli scivolò nello stomaco e vi si stabilì e di là impose all’uomo la sua volontà, così da privarlo della libertà. L’uomo era alla mercé del serpente: non apparteneva più a se stesso. Finché un mattino l’uomo sentì che il serpente se n’era andato e lui era di nuovo libero. Ma allora si accorse di non saper cosa fare della sua libertà: nel lungo periodo del dominio assoluto del serpente egli si era talmente abituato a sottomettere la sua propria volontà alla volontà di questo, i suoi propri desideri ai desideri di questo, i suoi propri impulsi agli impulsi di questo che aveva perso la capacità di desiderare, di tendere a qualcosa, di agire autonomamente. In luogo della libertà aveva trovato il vuoto, perché la sua nuova essenza acquistata nella cattività se ne era andata insieme col serpente, e a lui non restava che riconquistare a poco a poco il precedente contenuto umano della sua vita.
L’analogia di questa favola con la condizione istituzionale del malato mentale è addirittura sorprendente, dato che sembra la parabola fantastica dell’incorporazione da parte del malato di un nemico che lo distrugge, con gli stessi atti di prevaricazione e di forza con cui l’uomo della favola è stato dominato e distrutto dal serpente. Il malato, che già soffre di una perdita di libertà quale può essere interpretata la malattia, si trova costretto ad aderire ad un nuovo corpo che è quello dell’istituzione, negando ogni desiderio, ogni azione, ogni aspirazione autonoma che lo farebbero sentire ancora vivo e ancora se stesso. Egli diventa un corpo vissuto nell’istituzione, per l’istituzione, tanto da essere considerato come parte integrante delle sue stesse strutture fisiche.” (da Corpo e istituzione, 1967, in L’utopia della realtà, Einaudi)
Dieci anni fa, e sembra molto meno.
George W. Bush, dopo l’11 settembre promise che avrebbe “stanato i terroristi ovunque” nella guerra all’”Asse del Male”.
Dopo quello che molti hanno chiamato “l’11 settembre norvegese”, il premier Jens Stoltenberg dopo la strage di Utøya ha dichiarato: “Reagiremo all’attentato con più democrazia, più apertura, più umanità.”
E il fumetto, soprattutto negli Stati Uniti? Allora e oggi, epoca di grande successo dei supereroi? A chi pensa ad un Capitan America fascistoide di ritorno, risponde lui stesso nella miniserie post 11 settembre The Enemy: ”Possiamo dargli la caccia. Possiamo lavar via ogni macchia insanguinata del loro terrore sulla terra. Possiamo trasformare ogni pietra che hanno toccato in polvere, ogni filo d’erba in cenere. Ma non servirà.”
Art Spiegelman, l’autore di un’opera imprescindibile come Maus, pubblica il 24 settembre 2001 una copertina scioccante, nella sua semplicità: la cover del New Yorker rimarrà tristemente storica.
Il grande fumettista pubblicherà in seguito In the Shadow of No Towers, distribuito solo in Europa in quanto giudicato troppo poco celebrativo.
Varie furono le reazioni degli artisti e delle case editrici: dal patriottismo retorico, all’enfasi sull’eroismo dell’uomo della strada, dal politically correct esasperato e censore nei confronti della violenza fino alla visione critica e approfondita sulle contraddizioni della politica statunitense.
La Marvel raccolse centinaia di migliaia di dollari per beneficenza alle vittime e alla Croce Rossa.
Una rielaborazione del lutto stratificata e complessa, come analizza ampiamente questa serie di post apparsi quest’anno su Lo Spazio Bianco; e anche quest’altro approfondimento sul cambiamento della figura del supereroe.
Casterman ha pubblicato da poco un volume sull’America post 11 settembre attraverso le visioni di Spiegelman, Sacco, Mattotti, Bilal, Munoz e Sampayo: 12 septembre: l’Amérique d’après.
Abbiamo fatto una bella chiacchierata con Marco Pierini, direttore della Galleria Civica di Modena, che ha rinnovato l’identità degli spazi espositivi, aprendoli agli eventi, ad una forte innovazione e all’incontro vivo tra pubblico e arte contemporanea (e anche di persone con altre persone, in quanto luogo di condivisione e conoscenza).
E dell’incontro e degli scambi tra arte e fumetto abbiamo parlato, con grande piacere.
1. «Il mondo dei musei e quello del fumetto sembrano a priori ermetici l’uno all’altro, eppure entrambi si occupano di creatività ed estetica, al fine di portare ciascuno con i mezzi che gli sono propri il lettore e il visitatore sui cammini del visibile o dell’invisibile, del sapere e del sensibile»: sono parole di un editore francese (Futuropolis, specializzato in sinergie museali e sincretismi di linguaggi artistici). Come possono dialogare secondo lei queste due dimensioni?

Io non credo a questa impermeabilità, anche perché i contatti fra i due mondi – per riprendere l’espressione dell’editore – datano ormai a più di mezzo secolo e sono stati consacrati da alcuni movimenti come la Pop Art.
È evidente come le arti visive abbiano costantemente guardato al fumetto non soltanto come straordinario repertorio iconografico e come inesauribile serbatoio di fantasia e immaginazione ma vi sia stata, talvolta, addirittura la capacità di mutuare certi accenti del linguaggio del fumetto e di assumerli come propri.
E mi riferisco tanto al fumetto d’autore quanto al più seriale fumetto di facile consumo (che, anzi, spesso ha offerto gli spunti più numerosi e più interessanti agli artisti visivi).
Dall’altra parte il fumetto ha tratto costante ispirazione – e a volte ha desunto i suoi modelli – proprio dalle arti visive, in un rapporto assolutamente biunivoco.
2. Alla Biennale di Venezia campeggia un’illustrazione di Robert Crumb, a Palazzo Te viene proiettata la performance Voodoo di Massimo Giacon (qui su Fumettologicamente un approfondimento): segni che il fumetto si è definitivamente nobilitato a nona arte anche in Italia?

È possibile anche se ancora ci sono ampie sacche di resistenza, talvolta assurde e ingiustificate, in altri casi non prive di qualche fondamento.
Io, ad esempio, credo che i musei e i centri d’arte contemporanea possano – anzi, debbano – dar conto degli intrecci, delle intersezioni, dei rapporti che le arti visive hanno intrattenuto e intrattengono con altre discipline artistiche: fumetto, musica (tanto pop, quanto colta), danza, cinema, ma non ritengo opportuno dedicare esposizioni solo a queste ultime discipline.
Un museo o un centro d’arte contemporanea se indaga le connessioni – scelgo un esempio fra i tanti – tra il fumetto e la pittura compie un’operazione doverosa, legittima e utile.
Se ospita una mostra di Pratt (o di Crumb o di qualunque altro grande autore di fumetti) no; per questo tipo di mostre spazi ‘neutri’ sono molto più adatti che non i musei d’arte contemporanea.
3. Il Museo del Cinema di Torino ha realizzato un fumetto sulla collezione, così come il Louvre con un ampio progetto pluriennale (ne abbiamo parlato qui): si sente la necessità di raccontare le esposizioni attraverso dei personaggi, una storia, escamotage narrativi che coinvolgano il pubblico attraverso un segno che resta, una testimonianza disegnata della loro esperienza e che al contempo li trasporti in un universo in parte immaginario.
Secondo lei l’arte contemporanea si presta allo stesso modo ad essere condivisa attraverso questo linguaggio?

Certamente. Figure, personaggi, movimenti, storie si prestano benissimo ad essere raccontati attraverso il fumetto. Anzi, mi sembra che l’agilità, l’immediatezza, l’universalità del linguaggio del fumetto rendano il suo utilizzo assolutamente raccomandabile.
Del resto il fumetto si sa adattare a qualunque narrazione: dal dramma storico all’epica, dalle miserie della vita quotidiana al mondo dell’infanzia, dalla fantascienza alle antiche mitologie. Mi piace ricordare qui il felicissimo esperimento avviato dal Teatro Comunale di Modena con la serie “Lirica a strisce”, ottima dimostrazione di come il fumetto – addirittura impiegando l’italiano dei libretti del melodramma – possa essere un viatico eccellente per accostarsi alla lirica o per rileggere le principali storie del suo repertorio in una forma e in un contesto totalmente differenti.
4. Lei ha tenuto una serie di “chiacchierate” (qui il link a quelle che si terranno in autunno) sull’arte contemporanea in Galleria Civica, raccontando in modo informale e coinvolgente visioni artistiche e sorprendenti collegamenti tra le epoche.
In quali modi il racconto, l’aneddoto, lo storytelling possono essere strumenti migliori di altri per stabilire un contatto con il pubblico e rimanere nella memoria?
Non pretendendo di fare critica (almeno in maniera esplicita) ma, appunto, soffermandosi sui racconti, sulle storie, sui personaggi. Le Vite di Giorgio Vasari sono ancora oggi, da questo punto di vista, un modello di inesauribile ricchezza.
5. Topolino armato di Kostas Seremetis per l’attuale esposizione Kindergarten; la selezione dalla Raccolta del disegno italiano: la Galleria Civica gioca con l’immaginario popolare (anche del fumetto) unendo un percorso più filologico di valorizzazione dell’esistente? Come si connettono con coerenza le due dimensioni dell’immaginario, una più camp e l’altra legata a risorse artistiche sedimentate?

La missione di un museo d’arte contemporanea che abbia una raccolta è proprio questa, rendere vivo il patrimonio attraverso un lavoro continuo di studio, esposizione, catalogazione, acquisizione, conservazione e rendere conto attraverso le mostre delle ricerche più aggiornate.
Ciò che oggi si mostra come novità, infatti, andrà a incrementare il patrimonio delle collezioni.
La cronaca artistica, se è buona, è destinata a farsi storia. Se invece non reggerà alla prova del tempo verrà rapidamente dimenticata, come avviene per tutti gli accadimenti che vivono solo col fiato corto dell’oggi.
Corriamo a rotta di collo verso agosto. La vacanza inizia: la strada si srotola verso il mondo, perché ignorare le scorciatoie?
Come dimenticare l’allucinante La deviazione, protagonista lo stesso Moebius e famiglia… “ovvero, le avventure quasi folli di una famigliola, durante un viaggio attraverso la Francia, fatto per trascorrere in letizia un magnifico mese di vacanza all’Isola di Rè. Documentario romanzato disegnato al tratto da Jean Giraud con l’assenza sconcertante di sceneggiatura dovuta al medesimo“.
La parodia del turista allo sbando assorbe tratti grotteschi, inquietanti, a dimostrazione che con il fumetto si può sognare ad occhi aperti creando dal quotidiano ogni tipo di mondi (e di mostri).
Anche Vittorio Giardino con le sue Vacanze fatali, Viaggi inquieti o Viaggi e miraggi con l’uscita dalla routine non ha proprio un rapporto pacifico: né le mete d’arte, né le bellissime donne che costellano le sue storie sono sinonimo di relax, ozio e tranquillità.
Il tempo e lo spazio della vacanza si dilatano, mutano le proprie regole, misteriosi e talvolta minacciosi, comunque affascinanti.
Oppure la vacanza può essere l’inizio di un lungo viaggio d’autore, in cui fumetto, realtà e vita privata si fondono, dando vita a qualcosa di nuovo, di inaspettato, di fortemente coinvolgente e autobiografico.
È il caso di Guy Delisle.
I viaggi in Asia al seguito della moglie, nello staff di Medici Senza Frontiere, sono occasioni di conoscenza e di cambiamento personale, dando vita a delle opere come Shenzhen, Pyongyang o Cronache Birmane.
Il disegno diventa un modo universale di comunicare con gli abitanti, e Delisle documenta situazioni anche difficili sotto delle dittature con un tono magistralmente leggero, spesso ironico, che rimane impresso.

I libri dell’autore canadese sembrano un incrocio tra il graphic journalism di denuncia ed una penetrante rappresentazione di un viaggio turistico con le sue bizzarrie.
Oppure, i fumettisti sono in viaggio per dediche internazionali e lo rappresentano a loro modo: come in Tour de France di Massimiliano Frezzato, o Craig Thompson in Carnet de Voyage, che ci riporta dritti dritti al tema degli SketchCrawl di cui abbiamo parlato (qui).
Questo cortometraggio del programmatore di videogiochi ventisettenne Bastien Dubois è stato nominato all’Oscar quest’anno. Usa sapientemente gli sketch che l’autore ha realizzato durante il suo viaggio in Madagascar.
Madagascar, carnet de voyage, extrait… from bastien dubois on Vimeo.
Le geniali strisce di Calvin & Hobbes sono spesso una lunga attesa delle vacanze, se non il loro scorrere estivo pieno di invenzioni, giochi e preziose scoperte; anche se estate è sinonimo di campeggio con i genitori, cosa che Calvin detesta e che Watterson ha tratto da ricordi della propria infanzia.
Tra i viaggiatori i rapporti si acuiscono nel bene e nel male, soprattutto in famiglia…
Un’estate incantata e sospesa, in attesa del ritorno della madre ricoverata in ospedale, circonda La montagna magica di Taniguchi.
Il bambino protagonista è attratto irresistibilmente dal promontorio, abitato da spiriti e creature antiche. Le emozioni che percorrono questo libro sono intense, oniriche, tra passeggiate solitarie, sottili tensioni, desideri e giornate sterminate.
Sulla sabbia si arrostiscono le storie ironiche di Reiser (La Famille Oboulot en Vacances o Vive les Vacances!), Super Paradise di Ralf König. I Puffi invece preferiscono andare al lago.
Ed è proprio in vacanza – al mare – che il loro creatore Peyo, narra la leggenda, disse, non venendogli il termine “saliera”: “Passami la…la…schtroumpf!” (schtroumpf il nome originale dei Puffi). La gag andò avanti per un po’ (puffami questo, ecco il tuo puffo…) e nell’ilarità generale nacquero alcuni dei personaggi più celebri della storia del fumetto.
Andare in vacanza, insomma, fa bene alla creatività…
E voi che fumetto consigliate di leggere in vacanza?
Che tema imbarazzante l’educazione sessuale. Così imbarazzante in Italia da bloccare il fumetto anti-Aids distribuito dal Ministero della Sanità Come ti frego il virus!, testimonial d’eccezione Lupo Alberto, correva l’anno 1992.
L’opuscolo illustrava con molta sensibilità l’uso del preservativo, i rischi, alcuni dati, unendo la funzionalità all’ironia, l’informazione corretta al linguaggio adatto, dalla voce del personaggio più adatto che si potesse trovare. Ma è stato censurato, nonostante le numerosissime richieste dirette dei giovani.
Negli anni la situazione è mutata solo in minima parte.
Il Comune di Milano in collaborazione con l’autorevole Fatebenefratelli ha realizzato un progetto sperimentale con le scuole elementari, con l’utilizzo di fumetti e illustrazioni; ma è rimasto un caso più unico che raro.
L’argomento è demandato per lo più totalmente alle famiglie. E le famiglie lo delegano spesso alla discrezione della rete. Non a caso è proprio un portale del Comune di Modena, Stradanove, ad aver fatto scuola: un sito in cui esplorare la rubrica, nata nel 1998, “Sesso e volentieri”, redatta con il contributo costante di specialisti (ginecologi, psicoterapeuti, andrologi, psicologi). L’attenzione alla privacy, la puntualità delle informazioni, la delicatezza e la chiarezza dell’approccio si avvalgono delle illustrazioni di Giulia D’Anna, animate in brevi clip tematiche.
L’abbinamento fumetti+sesso fa subito pensare all’erotismo d’autore di Milo Manara e di Crepax, se non alla pornografia, come analizza un articolo dello stesso portale. È un incrocio che ha dato adito a mille polemiche, laddove il mondo del fumetto è stato per anni identificato come un “seduttore di innocenti” dal codice normativo di censura più pervasivo della sua storia: il Comics Code Authority. Non vogliamo qui parlare di fumetto erotico (un intero genere) e del suo sdoganamento.
Piuttosto: le illustrazioni e le vignette possono essere veicolo puramente informativo, fruibile e immediato senza essere troppo crudo. Permettono ironia e precisione, sintesi e delicatezza. Vi ricordate Le avventure di Pene e Vagina su Loveline, il programma di educazione sessuale ed emotiva di MTV? Dava spazio anche al tema dell’omosessualità, troppo spesso trascurato dai programmi di educazione sessuale istituzionali.
httpv://www.youtube.com/watch?v=aUPDyQleM64
Attraverso questi linguaggi, spesso dalla forte espressività, passa anche un discorso, fondamentale e complesso, sulle emozioni e sul loro riconoscimento. In Inghilterra sono comunque scoppiate molte polemiche in seguito ad un programma della FPA per bambini di sei anni, a cui è stato distribuito tramite le scuole il fumetto Let’s Grow with Nisha and Joe. Gli insegnanti hanno incoraggiato i bambini a portare l’opuscolo a casa e a parlarne con i loro genitori.
In Sud Africa è stato distribuito un fumetto contro la diffusione dell’Aids (qui in pdf), tentando di istruire bambini e adulti sui propri diritti di orientamento sessuale e sulla prevenzione, in una realtà in cui la diffusione della malattia è veicolata anche dalle violenze.
L’opuscolo è stato progettato dal Gay and Memory in Action (GALA), dal South African History Archive, dall’Università di Witwatersrand di Johannesburg, e dalla Fondazione per i Diritti Umani.
In Italia tra gli altri è sceso in campo un fumettista come Luca Enoch per Lila (Lega Italiana per la lotta contro l’Aids). Il suo Jimmy Hat è un esilarante supereroe (un preservativo gigante con dei superpoteri).
Il sesso è prima di tutto divertimento, scoperta di sé e dell’altro, comunicazione, gioco: è questo che esprime con tutto se stesso un personaggio fondamentale e spassoso come Titeuf.
Il pre-adolescente creato da Zep che guarda con stupore il mondo degli adulti e il proprio cambiamento è diventato un tale fenomeno editoriale proprio con il volume Le guide du zizi sexuel da meritarsi una bella mostra in una grande istituzione parigina come la Cité des Sciences (la potete visitare online qui).
La pubblicazione è diffusa nelle scuole e dai Centri d’Informazione e di Documentazione (CDI) francesi.
Due blog, otto giorni di vita, trenta fumettisti per immortalare una sfida che simboleggia molto oltre alla poltrona di sindaco di Milano. Matteo Stefanelli lancia l’invito, raccolto da un nutrito gruppo di autori sui due gemelli Sevincepisapia e Striscialamoratti per almeno una striscia al giorno. Di questa “scampagnata elettorale” ne hanno parlato XL – La Repubblica, Corriere.it, Ninja Marketing, Smemoranda Blog, Lo Spazio Bianco, AfNews, Vanity Fair, ecc. ecc.: ha lasciato il segno.
In questo momento non c’è ancora segno della bagarre concerto (Gigi D’Alessio che diserta il concerto per la Moratti vs stasera per Pisapia sul palco Silvestri, Elio e le Storie Tese, Claudio Bisio, Giliano Palma, Lella Costa… ah, e Bersani! Quale dei due?) ma certamente arriverà.
A proposito di “istant comics”, fumetti realizzati in brevissimo tempo, legati ad un tema di forte attualità (di cui avevamo già parlato qui): cosa può esemplificare meglio di questo caso? Il fumetto satirico si presta ad una rielaborazione istantanea e seriale, che segue passo passo, giorno dopo giorno, il duello politico. E che vinca il migliore, ce lo auguriamo tutti.
Proseguiamo il nostro percorso attraverso la comunicazione pervasa dal balloon come strumento grafico di grande efficacia. L’espressività e la direzionalità del fumetto ha una lunga storia, come si può vedere dall’immagine di head: nella miniatura del XV secolo del Maestro delle Ore di Rohan, Il morto davanti al suo Giudice, da le Grandes Heures de Rohan, l’anima del defunto esce in forma di protofumetto, con l’invocazione “Nelle tue mani, oh Signore, raccomando il mio spirito”.
Ma torniamo ai giorni nostri. Abbiamo visto il balloon nei social network e nella pubblicità (qui). Di seguito, altre declinazioni nelle campagne di sensibilizzazione, in politica, nell’informazione.
Nella comunicazione pubblica, sociale e politica
Dialogo, conversazione, trasparenza ed empatia: il fumetto è socievole, semplice e coinvolge immediatamente il destinatario.
Nell’informazione e nel giornalismo
Per sottolineare un titolo, per isolare elementi emblematici o come trasmissione di un messaggio proveniente da un emittente specifico al destinatario-lettore, il balloon, stilizzato o meno, è sempre più pervasivo sui magazine e sui periodici.

