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Breve Storia del fumetto – ultima parte

Il manga giapponese

Ci sono alcune analogie nello sviluppo del fumetto giapponese e americano, come la comune origine nella vignetta satirica e la successiva articolazione dei generi. Ma per tutto il resto, per il fumetto, quella nipponica è una sorta di realtà parallela. “Il Giappone è il primo mercato al mondo sia per il numero di titoli pubblicati che per la diversità di generi e le tirature. È il solo paese nel quale gli appassionati di fumetti siano numerosi quanto i telespettatori e dove il manga, in termini di influenza sulla mentalità e di familiarità, possa essere ritenuto il medium più importante.”(1)

È possibile rintracciare le origini dei manga nell’introduzione in Giappone, intorno al VI secolo, delle tecniche e degli strumenti grafici cinesi. Il termine manga nasce nel 1814, quando Katsuhika Hokusai, uno dei più grandi artisti della storia del paese, definisce i propri disegni caricaturali man-ga, ovvero immagini di derisione. Il termine viene poi ripreso nei primi del Novecento da Rakuten Kitazawa per definire i propri fumetti di ispirazione americana.(2)

Osamu Tezuka (1928-1989) è il grande maestro del fumetto giapponese. A sedici anni aveva già realizzato Goast Man & Onward to Victory, un manga di più di duecento pagine, realizzato per i suoi compagni di scuola, che ha molte delle caratteristiche future del suo lavoro e che presto diventeranno comuni a tutto il fumetto giapponese: un ritmo veloce, l’uso di primi piani, del chiaroscuro e delle onomatopee. Uno dei segni distintivi è l’inserimento di vignette o situazioni umoristiche all’interno delle sequenze di avventura, ma soprattutto Tezuka ha in mente, sin dall’infanzia, il dinamismo dei film d’animazione disneyani, e il suo disegno mira alla ricostruzione di quell’effetto.

Nel 1946, in un Giappone impoverito dalla tragica esperienza della guerra, la sua prima storia lunga, La nuova isola del tesoro, vende l’impressionante numero di 600.000 copie, lo story-manga diventa una grande industria. I temi cari a Tezuka sono l’ecologia e il pacifismo, la sua produzione si differenzia in una quantità di generi molto definiti, che corrispondono a target di pubblico specifici, anche per questo l’universo del manga sarà molto variegato.(3)

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, mentre in Europa e negli Stati Uniti il medium televisivo ridisegna gli scenari della comunicazione di massa mettendo in difficoltà l’editoria a fumetti, in Giappone esplode il consumo di comics proprio grazie alla sinergia con la televisione, ancora una volta grazie a Tezuka. Nel 1962 fonda una propria casa di produzione di anime, così si chiamano i film d’animazione giapponesi.

Il nesso tra fumetto e cinema d’animazione si costituisce in apparati produttivi integrati, in cui le serie di manga più fortunate vengono immediatamente trasposte in ambito televisivo.

Questa integrazione muterà sia le anime che i manga, che si allontanano sempre più dai modelli occidentali e acquisiscono la loro caratteristica dinamicità, l’uso limitato del testo, la forte convenzionalità nella caratterizzazione dei personaggi.(4)

Il primo manga (ma sarebbe corretto dire gekiga, letteralmente immagini drammatiche, termine introdotto nel 1957 da Yoshihiro Tatsumi in contrapposizione a manga) (5) ad aver attraversato l’oceano, nel 1988, per sbarcare negli Stati Uniti e in Europa è stato Akira di Katsuhiro Otomo, una saga ambientata in una Tokyo sopravvissuta all’atomica.(6) Otomo ha un segno netto realistico, ma il suo è un modo di raccontare inedito per l’Occidente che lo porta a un notevole successo.

Alla fine degli anni Ottanta negli Stati Uniti nascono case editrici specializzate, i manga segnano profondamente l’immaginario di alcuni importanti autori occidentali, Frank Miller ad esempio si ispira ad una serie di Goseki Kojima, Kozure okami, per realizzare Ronin. Anche in Europa i manga cominciano ad interessare consistenti segmenti di pubblico, in Italia il successo è anticipato dalle serie animate trasmesse a partire dalla metà degli anni Settanta.

I problemi di adattamento, dovuti sia al formato diverso della scrittura, tendenzialmente verticale in Giappone, sia al diverso senso di lettura, da destra verso sinistra, sono stati superati negli ultimi anni con l’abitudine di stampare le traduzioni senza ribaltare il disegno, mantenendo la direzione di lettura di vignette e pagine da destra verso sinistra e l’originario bianco e nero.

Tutta la produzione del fumetto giapponese, se consideriamo sia le pubblicazioni su rivista, sia quelle in volume dei titoli più fortunati, copre attualmente quasi la metà dell’intero mercato editoriale, (7) con una distribuzione diversificata e un’offerta ipersegmentata nella quale i generi tradizionali si sono moltiplicati.

(di Marco De Giorgio)

(1) Thierry Groensteen, in Sergio Brancato, Fumetti – Guida ai comics nel sistema dei media, Roma,

Datanews Editrice, 1994, p. 146

(2) Daniele Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti, op. cit. p. 65

(3) Luca Raffaelli, Il fumetto, Milano, il Saggiatore, 1997, p. 54

(4) Sergio Brancato, Fumetti – Guida ai comics nel sistema dei media, op. cit. pp. 123-124

(5) Daniele Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti, op. cit. p. 68

(6) Luca Raffaelli, Il fumetto, op. cit. p. 55

(7) Franco Restaino, Storia del fumetto – da Yellow Kid ai manga, op. cit. p. 379

 

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