A-ha, rieccoci con i Best 15 di Comicom: i videoclip più belli secondo noi che omaggiano il mondo dei fumetti (non dell’animazione in generale, campo sterminato di indagine). Dall’immaginario dei supereroi al sapore vintage dei comics, è incredibile constatare quanto sia un linguaggio pervasivo, che dà grandi possibilità creative.
… Precisando che i Black Sabbath, con Iron Man, non si riferivano al supereroe della Marvel, pur essendo stati inseriti nella colonna sonora dell’omonimo film del 2008.
1. a-ha, animazione di Michael Patterson & Candace Reckinger - Take On Me (1984-85)
Fuga nel mondo dei fumetti, un must. Il video vinse sei premi. La tecnica si chiama “rotoscoping” e ha destato l’entusiasmo di una generazione (come viene ampiamente descritto qui su Comic Book Resource).
2. Serge Gainsbourg featuring Brigitte Bardot – Comic Strip (1968)
Ne abbiamo già parlato qui e comunque non può mancare questa perla pop dedicata a Barbarella.
3. Colonne sonore di film tratti da fumetti
Flash dei Queen? Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me per Batman Forever degli U2? Madonna, Sooner Or Later per Dick Tracy? I Flaming Lips di Spiderman? La lista è infinita…
4. Radiohead, Magnus Carlsson - Paranoid Android (1997)
Dal talento disturbante dell’animatore e illustratore svedese, una storia assurda sulle note di Tom Yorke.
5. Un po’ tutti i video dei Gorillaz - Jamie Hewlett
… perché è una band che esiste solo nei disegni del fumettista statunitense e nelle collaborazioni, sempre diverse, che riesce a creare il leader dei Blur Damon Albarn. Essendo dei personaggi virtuali, all’MTV Europe Music Awards 2005 a Lisbona si sono esibiti in forma di ologrammi. Perfino il maestro Neil Gaiman li ha intervistati per Wired (qui), dove hanno riconosciuto l’influenza visiva dello Studio Ghibli (quello di Hayao Miyazaki per i profani).
6. Air – Sexy Boy (1997)
Balloon, vintage e scimmie in volo per la canzone del gruppo francese (il cui acronimo sta per ”Amour, Imagination, Rêve”).
7. Peggy Lee - We are Siamese (1955)
Ok, non è un fumetto, ma questo straordinario video documenta il making of di una delle più celebri musiche del dineyano Lilli e il Vagabondo. Ritmo e movimento si basano sulle magnifiche illustrazioni dello storyboard – e qui ci ricolleghiamo all’arte sequenziale. Insomma, ci siamo capiti.
8. 883 – Il grande incubo (1995)
Max Pezzali è meno fascinoso di Dylan Dog, ma qui fa più tenerezza.
9. Wilco – Dawned On Me (2012)
Un omaggio nostalgico e affettuoso alle animazioni di Popeye della vecchia scuola Fleischer Brothers ma anche ai fumetti originali di Frank Caruso e Ned Sontagg consultabili sul sito-omaggio Wilcospinach.com.
10. Adriano Celentano e Mina - Che t’aggia di’ (1998)
Paperina de noantri…
11. Crash Test Dummies – Superman’s Song (1991)
Un po’ luttuosa, ma con ironia…
12. Tom Petty And The Heartbreakers – Runnin’ Down A Dream (1989)
Come si vedrà, il riferimento alle strip di Little Nemo di Winsor McCay ritorna nella storia dei video musicali.
13. Rats Live On No Evil Star – Tree In The Green (2011)
Un nome che è un palindromo, un video forse non proprio rispettoso del copyright ma esperimento interessante.
14. Jimmy Buffet – Captain America (1971)
Ma non l’hanno messa nel nuovo film…
15. Jascha Hoffman, Benjamin Harrison – Original Art: Winsor McCay – Some Hungry Guy (2011)
Per il video di “Some Hungry Guy” del compositore Jascha Hoffman, il regista Benjamin Harrison ha ripescato le secolari strisce di “Little Nemo” di Winsor McCay e gli ha dato vita digitale. Ha anche trovato un modo per mettere la faccia di Hoffman al posto di quella di Little Nemo, con un effetto un po’ discutibile (ma ci è piaciuta l’operazione di rispolverare un fumetto di importanza mondiale di tanti tanti anni fa, cosa che tradisce sicuramente una passione…).
Per concludere in bellezza, andatevi ad ascoltare Stop Talking About Comics (Or I’ll Kill You) degli Ookla The Mok…
Il video è già virale: il fan DC Comics vede il nuovo logo, appena uscito, e impazzisce alla Hulk.
Il restyling del logo è una questione delicata, soprattutto se all’immagine aziendale sono affezionati così tanti fan… Non a caso la DC aveva fatto uscire qualche tempo fa delle prove di test, scatenando polemiche accese (qui un divertente articolo di Comicus).
Ora, pare, il logo si chiama DC Flip e avrà diverse versioni, declinabili a seconda del fumetto pubblicato (ad esempio, alla Watchmen), con uscita a marzo.
Il lavoro è di Landor & Associates, grande brand agency di San Francisco.
Il nuovo logo va a sostituire quello realizzato nel 2005 da Josh Beatman (che aveva a sua volta rinnovato quello risalente al 1976 di Milton Glaser): nell’immagine, la storia di rebranding.
Di fatto è questa la motivazione principale: un rinnovamento di immagine che passa dal logo ma anche da nuove pubblicazioni e canali di sviluppo, fino a diventare da semplice casa editrice ad un vero e proprio riferimento di entertainment a tutto tondo (come la app sviluppata con Lego: qui un approfondimento; o la sua acquisizione da parte della Warner Bros.). Comunque l’idea del “disvelamento” della D che scopre una C declinata è piuttosto sfiziosa e apre a molte possibilità.
Ma cosa dicono i vip (passateci l’espressione) del fumetto? Twitter ha rivelato l’opinione di molti professionisti, che qui riportiamo (fonte: Bledingcool)
Matt Hawkins – “Wow, the new DC Comics logo is HORRIBLE…”
Paul Grist – “I’m impressed with the (possibly) new DC logo which manages to make illegible the letter D. And C. That’s not easy to do.”
Jeff Katz – “Feels like a logo for a small lit management company or something.”
Peter David – “Why is the new DC logo a Pokeball?”
Chris Weston – “Wifey says it looks like a pharmaceutical logo.”
Camron Stewart – “The DC logo conjures to mind All Star Superman being read aloud by Will Ferrell’s voice immodulation disorder guy”
Phil Hester – “Maybe I’m a self-loathing nerd, but I like logos that look like they might have started as magic marker on typing paper in a basement. Errr– I mean, IT’S GORGEOUS! #TryToStayEmployedHester”
Chris Sims – “The major problem with the new DC logo is the unconscionable lack of Go-Go Checks.”
Tom Spurgeon – “I might be interested if DC went with a photoshop merging of Paul Levitz’s and Bob Wayne’s heads, but otherwise, ZZZZZZZ”
E ora diamo la parola alla DC stessa…
“È una nuova era per DC Entertainment, e il nuovo look riflette un approccio dinamico e audace; al tempo stesso celebra il ricco patrimonio della società e il forte portfolio di personaggi”, ha affermato John Rood, Executive Vice President of Sales, Marketing e Business Development per la DC Entertainment .
Il design della nuova identità DC Entertainment utilizza un effetto “buccia” – la D è strategicamente posizionata sopra la C e svela la C nascosta – che simboleggia la dualità dei più celebri personaggi presenti all’interno del portfolio DC Entertainment.
“Nostro obiettivo è stato quello di catturare l’identità dinamica e provocatoria DC. La nostra soluzione è una espressione vivente che cambia e si adatta ai personaggi, alle trame”, spiega Nicolas Aparicio, Executive Creative Director presso la sede di Landor San Francisco. “La nuova identità è costruita per l’era digitale, e può essere facilmente animata e personalizzata per sfruttare appieno l’interattività offerta per tutte le piattaforme media“.
La prima testimonianza del packaging risale al 1035, quando un viaggiatore persiano al Cairo notò che nei mercati il cibo e le spezie venivano avvolti nella carta dal venditore. Da allora di strada ne è stata fatta parecchia, anche se la sua vera diffusione, anche in altri materiali, avviene nel XIX secolo.
A volte si conserva anche il contenitore, per la sua ricercatezza, il piacere della creatività nell’apertura, per un suo possibile reimpiego suggerito – o meno – dalla sua stessa forma.
Giocare con il design, l’ergonomia, i materiali è diventato un universo che invitiamo a scoprire. I fumetti sono stati ampiamente coinvolti: per una loro divertente riconoscibilità, per il carattere di quotidianità che hanno le strisce, perché evocano una serie di valori e di emozioni accattivanti, che parlano all’immaginario collettivo.

I supereroi in genere sono sempre ottimi strumenti di marketing. Esprimono eccezionalità, coraggio, potere.
Batman allora può sorseggiare del latte alla fragola ed esserne il contenitore (elaborazione dello studio russo Hattomonkey, 2008).
Un meno ironico Iron Man riveste con le sue avventure la confezione del profumo maschile Only The Brave Limited Edition di Diesel, che nel suo sito web si sbizzarrisce sull’estetica supereroistica avendo già cavalcato la moda di Capitan America.
Un gruppo di fumettisti di casa nostra invece hanno prestato la loro mano artistica per una serie di prodotti Made in Italy per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Il progetto si chiama I Divi (Associazione Slowcomix) ed è aperto a proposte.
Ognuno ha sviluppato un personaggio storico che ha fatto l’Italia, all’insegno della satira e dell’umorismo (anche) nero: Ausonia disegna il volto del Duce sull’olio di ricino Dux Nobis, Massimo Giacon il fusto di detersivo “super slavante” Cavour, Tuono Pettinato il rompicapo Joe Litty, il Dr. Pira la lattina di pasticcio di mare Agostino Depretis, ecc.
Sorge qualche dubbio sull’effettivo contenuto dal contenitore…
Poi ci sono case editrici, fondazioni e musei dedicati al fumetto che producono packaging personalizzati per brandizzare prodotti che viaggiano oltre i soliti canali: è il caso della Fondazione Marc Sleen, belga, che in occasione di Bruxelles capitale mondiale della birra, ha realizzato la Nero Beer, con la grafica del detective a fumetti creato dall’autore.
Gli esempi si sprecano, nella storia: negli anni ’70 si potevano masticare i chewingum Marvel, che contenevano microscopici fumetti a colori.
In Italia i ricordi affondano nel tempo: la Girella Motta con Toro Farcito e il malefico Golosastro, il gatto Isidoro con i biscotti Grisbì, il Piccolo Mugnaio Bianco innamorato della morbida Clementina direttamente dalla matita di Grazia Nidasio…

Un progetto di alfabetizzazione informatica e web promosso dalla Regione Emilia-Romagna si chiama proprio “Pane e Internet“. Ma all’incontro di sabato 28 maggio a Far Game presso la Cineteca di Bologna, dal titolo “Bang/Gulp/Game! Contagi tra fumetto e videogioco” il grande assente è stato l’amore. O forse circolava male, tra fan rispettivamente di fumetti, di videogiochi e di semiotica, segno che ancora sono dimensioni che subiscono un’attrazione reciproca ma che patiscono un dialogo difficile.
La differenza più macroscopica tra un videogioco e un fumetto è forse un affaire di storytelling più che una questione aperta sulle trasformazioni digitali della nona arte e dei confini secondo cui si può ancora definire tale.
L’illustrazione dei comics, come ha raccontato “sulla propria pelle” Jacopo Camagni, ha molto da dare alla creazione del mondo visivo di un game (e ne ha sempre di più, soprattutto in termini di studio di character design, anche se nel fumetto l’abbondanza di dettagli caratterizzanti un personaggio può tradursi in condanna).
Poi ci sono gli eroi e i supereroi, che hanno invaso l’immaginario collettivo attingendo a piene mani dalla storia dei comics e trasferendone le passioni, le suggestioni e le situazioni topiche nei videogiochi come nel cinema. Mai come negli ultimi anni abbiamo assistito a tanti prequel, sequel, reboot, adattamenti sempre con gli stessi protagonisti: X-Men, Batman, Superman, e ora Thor, Lanterna Verde, Capitan America… tutto un universo a vignette ormai vintage catapultato nell’oggi o in un vicino futuro. I colossal hanno affermato la forza del fumetto come crocevia di contenuti e ne hanno sancito una volta per tutte la dignità. Anche se tutto ciò può suggerire una sconfortante mancanza di nuove idee per prodotti di massa e un rassicurante rifugio in storie e protagonisti riconoscibili.
I videogiochi non aspettavano altro, in un furoreggiare di superpoteri, effetti speciali e computer grafica (e forse proprio Spider-Man è stato uno spartiacque).
Alcuni interessanti esempi di grandi scrittori di fumetti che hanno beneficiato di questo incontro sono stati portati sul tavolo di discussione da Diego Malara: Peter David per Spider-Man Edge of Time, Rick Remender con Bulletstorm, Joe Kelly con Darksiders, Christos Gage con Dante’s Inferno, Dave Gibbons con Beneath a Steel Sky o Paul Jenkins con The Darkness.
Oltre ad una considerevole differenza di età, per cui il fumetto ultracentenario ha sperimentato, si è evoluto, ne ha viste di cotte e di crude, il mondo del videogame è ancora giovane, è, come ha detto sabato Roberto Recchioni, “una piscina di cui non abbiamo ancora toccato il fondo”. Un medium che non ha ancora completato la sua corsa evolutiva (il fotorealismo assoluto, posto che sia in effetti il traguardo, è ancora lontano) e come tale che non ha ancora avuto modo di rilfettere su sè stesso in modo strutturato e definitivo.
Ma torniamo alla differenza di genere e di natura tra fumetto e videogioco, quella varianza odi et amo: il modo del racconto. Se i comics, arte sequenziale per antonomasia, hanno nella vignetta e in tutti i suoi sconfinamenti e violazioni la cornice prima e obbligatoria per capire cosa c’è prima e cosa c’è dopo, i videogame sono un mondo aperto di racconti possibili, in cui una parte più o meno ampia di scelta e di logica narrativa viene lasciata al giocatore. Se è vero come sostiene da buon semiologo il professor Daniele Barbieri che tutto è narrazione, è altrettanto limpido che è proprio su questo scarto che si gioca la differenza (e il dialogo) tra i due linguaggi. Che Ubisoft, Electronic Arts e compagnia ci riflettano.
Breve Storia del fumetto – Il Fumetto negli Stati Uniti 5° parte
L’era della graphic novel
Nel 1978, dopo ventisei anni, Will Eisner rientra nel mondo dei fumetti inventando un nuovo formato editoriale, la graphic novel. Eisner rivendica l’appartenenza a una tradizione letteraria; il termine comics gli sta stretto e propone la denominazione alternativa sequential art.
Disegna quelli che sono veri e propri romanzi per immagini, con uno stile realista che sfocia a volte nella caricatura, racconta a fumetti temi di vita quotidiana che riguardano di solito i cittadini newyorkesi, nel solco della tradizione narrativa ebraica.
La crisi del fumetto di supereroi è profonda negli anni Settanta. È una crisi commerciale che risente però anche della rivoluzione grafica europea verso un linguaggio ormai maturo. Gli editori per uscire dalla crisi seguono principalmente due strade: temi più maturi, con un maggiore approfondimento della psicologia dei personaggi, adatti ad un pubblico più adulto; la creazione di una rete di negozi specializzati dove si concentra la vendita dei fumetti.
La graduale rinascita del genere comincia con il Batman di Neal Adams, diventato eroe oscuro e gotico, si rivolge a un pubblico più adulto che in passato.
Frank Miller è il primo autore che dimostra di avere assimilato la lezione europea, ed allo stesso tempo il primo a intuire il potenziale innovativo del fumetto giapponese. Ottiene i primi successi con Daredevil, da Wolverine a Ronin, ma è con The Dark Knight Returns, da lui scritta e disegnata nel 1986, in cui torna in azione un Batman non più giovane, tormentato dai demoni del passato, che Miller fissa il punto di non ritorno del fumetto americano.
La sua costruzione sia grafica che narrativa è coinvolgente, il ritmo sostenuto come non mai, ed allo stesso tempo i temi e la psicologia dei personaggi sono molto approfonditi, il target è un pubblico adulto e acculturato (1).
C’è un altro evento cruciale per il fumetto americano, sempre nel 1986, si tratta di Watchman, la “più feroce critica dell’immaginario superomistico mai prodotta a fumetti”(2), una miniserie di dodici episodi scritta da Alan Moore e disegnata da Dave Gibbons. I due sono inglesi e si sono formati in Europa negli anni settanta lavorando per riviste di fantascienza a fumetti. Alan Moore, che ha già pubblicato in patria V for Vendetta con disegni di David Lloyd, ha uno stile narrativo sofisticato, ricco di riferimenti al mondo della letteratura come a quello di fumetti, “il godimento che il su testo è capace di procurare al lettore va conquistato con un’attenzione continua, un continuo sforzarsi di capire, di fare ipotesi.” (3)
Il dualismo tra Miller e Moore indirizzerà la trasformazione del settore del comic book, la figura dell’autore acquisterà via via maggiore importanza nell’economia di vendita della serie e verranno incentivate produzioni di qualità, rivolte a un pubblico adulto, quasi sempre destinate a essere ripresentate sotto forma di graphic novel. La DC, più propensa al rinnovamento, raccoglie gli autori più innovativi, mentre la Marvel si dimostra insensibile al riconoscimento del valore e dei diritti degli autori.
(Di Marco De Giorgio)
(1) Daniele Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti, op. cit. pp. 125-127
(2) Ibidem
(3) Ivi, p. 128

