Il mio nome è Ultras al festival Komikazen 2012: Comicom intervista Andrea Zoli

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Questo weekend, da oggi a domenica, il “Festival internazionale del fumetto di realtà” Komikazen sarà a Ravenna, a Faenza e a Bologna (qui potete leggere il programma completo, le mostre durano fino all’11 novembre).

Il formato di quest’evento è estremamente interessante, avendo scoperto tanto tempo fa, quando ancora non era “di moda”, la preziosità dei fumetti come strumento narrativo – e interpretativo – del mondo che ci circonda.

L’Associazione Mirada ha portato avanti questo percorso/discorso, sempre mantenendo negli anni una fortissima coerenza interna e un alto livello qualitativo dei contenuti e degli ospiti, con molta innovazione e uno sguardo sempre internazionale e anticipatore. Quando una cosa va riconosciuta, va riconosciuta!

Abbiamo fatto alcune domande ad Andrea Zoli, autore del libro in uscita Il mio nome è Ultras (Ed. Comma 22) e premiato al Komikazen 2011 proprio con quest’opera. Si legge dal sito : “il mondo degli ultrà, in particolare del Cesena, è stato l’universo nel quale il giovane disegnatore faentino […] si è calato con l’umiltà del curioso. Un libro che ha molti momenti quasi di comicità, ma che costituisce al contempo un’analisi sociologica.” Ed è proprio questa impronta, questo punto di vista, che ci stuzzica.

Com’è nata l’idea di Il mio nome è Ultras?

Mi è capitato di conoscere un Ultras e di passarci molto tempo insieme; lui spesso mi raccontava episodi, visioni e storie della Curva Cesenate. Mano a mano che il tempo passava, mi rendevo conto che i suoi racconti non erano come quelli delle televisioni e dei giornali, o almeno, non completamente.
Era come se mancasse sempre un tassello in quello che dicevano i giornalisti. Una serie di eventi concomitanti, tra cui un’intervista alla madre di “Ivan il Terribile” che dichiarava che suo figlio era un bravo ragazzo (cosa a cui io ho creduto, a dispetto di molti altri), mi hanno fatto capire che il mito degli Ultras veniva demonizzato oltre misura.
Mi sono convinto che sarebbe stato interessante provare a raccontare questo mondo con idee e valori molto lontani dalla logica comune, con ironia e partendo proprio dai soliti stereotipi che lo caratterizzano. Basarsi insomma sui soliti clichè sugli Ultras per provare a raccontare una realtà molto più complessa di quella che vediamo da fuori. Per fare tutto ciò mi sono avvalso dell’unico mezzo che potesse rivelarsi giusto (anche perché le possibilità che ci riuscissi con altri mezzi, a me anche più sconosciuti, era difficile…): il fumetto.

Che fonti hai usato?

In realtà la mia unica e vera e propria fonte sono stati gli Ultras del Cesena, le WSB. Mi hanno ospitato un paio di volte tra di loro e mi hanno raccontato parecchi episodi capitati a loro o ad altri della curva. Le varie tifoserie e le varie curve possono per alcuni aspetti essere molto differenti; io all’interno del fumetto ho parlato di loro.
Quando li ho incontrati si sono sempre mostrati molto disponibili a raccontarsi (e non senza ironia, la stessa che poi ho utilizzato io). Per il resto ho preso spunto dai giornali e dalle televisioni con i loro eccessi negativi e dagli stereotipi diffusi. Ho fatto un bel “frullato” del tutto e l’ho disegnato. Sia ben chiaro: continuo a dire che le televisioni e i giornali spesso esagerano… tuttavia c’è un fondo di realtà in quello che raccontano.
Non è che gli Ultras siano dei santi, e nel fumetto lo spiego. Ho sempre avuto abbastanza chiaro come realizzare tutto questo: in realtà, all’inizio, doveva essere un racconto più generale, per come la vedevo io. Ma da quando con l’editore si è cambiata leggermente chiave di lettura, veri e propri cambiamenti non ce ne sono stati: trovata la strada da intraprendere e come raccontarla sono andato avanti senza particolari cambiamenti. Anzi, il mio unico problema era che, mano a mano che disegnavo, mi rendevo conto che avrei dovuto aggiungere molte altre cose. La mia convinzione è che, per descrivere il mondo Ultras, non basterebbe un’enciclopedia.

Com’è stato il rapporto con l’editore?

Il mio rapporto con l’editore è stato molto buono. Sia io che lui seguiamo il calcio e siamo tifosissimi, quindi ogni volta che ci sentivamo, o che ci sentiamo tutt’ora, su Skype, passiamo l’80% della conversazione a parlare di calcio. L’altro 20% del tempo lo passava a criticarmi per la mia lentezza. Ma ci vuole tempo per fare le cose per bene! Certo è che quando si metteva in testa una cosa non c’era modo di fargli cambiare idea…

Perché Il mio nome è Ultras a Komikazen, festival del “fumetto di realtà”?

L’anno scorso ho vinto il concorso parallelo al festival Komikazen, che poi mi ha portato alla pubblicazione del libro, quindi è ovvio come festival e libro siano legati. In fondo la mia è una storia che racconta una realtà viva e visibile ogni domenica negli stadi italiani… quale posto migliore del Komikazen, dove presentarla?

Che rapporto hai con il festival e che caratteristiche ha secondo te?

Il festival Komikazen è incredibile. Ha una forza fantastica. A me piace da impazzire, anche perché porta sempre autori incredibili. E gli autori portano con sé storie incredibili, tutte reali. In fondo è proprio per questo che il Komikazen si distingue dagli altri festival in Italia: non accoglie qualsiasi fumetto, ma solo storie di verità internazionali. Ed è ovvia l’importanza che questa cosa si porta dietro: far sì che la gente conosca storie più o meno difficili e più o meno lontane dalla nostra cultura, ma pur sempre vere, attraverso un linguaggio, il fumetto, che è sempre stato considerato leggero, in quanto di svago. Attraverso questo festival ci rendiamo conto che il fumetto può essere un linguaggio anche molto serio e tangibile per raccontare il mondo.

Il tuo stile ha un rapporto con la street art? Hai degli “ispiratori”?

Il mio stile si ispira a tutto ciò che vedo e che mi piace. Da sempre ho amato la street art, quindi è ovvio che anche il mio stile ne abbia subito l’influenza. Guardavo curioso e cercavo di riportare sulla carta certi accorgimenti che quegli artisti di strada usavano sui muri. Però non ho dei veri e propri ispiratori: forse un writer di Faenza che “sbombolettava” quando io avevo 16 anni, lui è l’unico che si può dire mi abbia ispirato più degli altri. Certo, amo BLU. Lui è un proprio e vero genio. Ma non si può dire che mi abbia proprio ispirato. Lo guardo estasiato. Punto.

Tu disegni anche giocattoli: in cosa consiste e come avviene questa cosa?

Mi è capitato di farlo. È una cosa divertente: mi hanno visto su internet, mi hanno chiesto se fossi interessato. Non per fare troppo il venale, ma quando mi propongono di disegnare per un lauto compenso sono sempre interessato. Mi chiesero di disegnare una serie di facce, piuttosto che l’intero personaggio, da più lati per i modellatori. È stato a tratti molto divertente, a tratti molto difficile. Mi ha fatto crescere anche quello dal punto di vista disegnativo. Tutte le esperienze fanno crescere.

 

2 Responses

  1. Marcio Bergamelli

    11 ottobre 2012 19:16

    Ho conosciuto Zoli molti anni addietro, in una gelido pomeriggio d’agosto. Sono testimone diretto della sua pigrizia. E ne vado estremamente orgoglioso. Queste mie parole di stima sono una voluta lusinga all’autore per nulla disinteressata, in quanto vogliono sollecitare l’autore all’invio di una copia omaggio.

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