Crowdsourcing: la libertà è partecipazione

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Chiedere al resto del mondo una mano per realizzare il proprio progetto. Quando nel 2006 Jeff Howe coniò il termine “crowdsourcing” sulle pagine di Wired, aveva già le idee abbastanza chiare sulle possibilità e sulle declinazioni del fenomeno. Da allora c’è chi ha basato il proprio business e il proprio lavoro sul meccanismo del crowdsourcing, macedonia tra “crowd” e “outsourcing”.

Fare un’open call per un progetto, e dal punto di vista dei contenuti e dal punto di vista finanziario (crowd funding), si è dimostrata un’idea vincente, si veda il caso eclatante di Wikipedia. Inevitabili le polemiche sul fatto che spesso questo tipo di apporti è fornito da volenterosi utenti a titolo gratuito, con ripercussioni sulla qualità dei prodotti e della concorrenzialità del costo del lavoro. Eppure, l’enorme offerta di possibilità date dalla rete ha aperto un canale che non potrà che svilupparsi.

Spesso il crowdsourcing è fatto per dare una possibilità a dei progetti dai risvolti etici o artistici, come nel caso di inchieste giornalistiche necessarie per un territorio ma che faticano a trovare dei fondi per essere portate avanti. Si dà sempre più spazio a queste forme innovative di produzione e di sostenibilità, tanto che alcuni portali ne hanno fatto un’identità, come Youcapital.

Lo stesso Festival del Giornalismo di Perugia conferma anche quest’anno il premio Eretici Digitali, sostenuto anche da Google, che finanzia “progetti di inchiesta giornalistica che promuovano un uso innovativo di Internet (crowdsourcing, giornalismo collaborativo, mash-up, data-journalism, web 2.0) e degli strumenti del digitale per realizzare un reportage.”

Realtà affermate sono il portale BootB, “il motore di ricerca (per gare creative) che unisce Brand Builders con Cervelli creativi. In tutto il mondo!”, TheBlogTV, “riconosciuta a livello internazionale come pioniere e leader nella ideazione e produzione di programmi televisivi partecipativi, ovvero costruiti sulla base dei contributi video inviati dal pubblico” (e dunque user generated content), Zooppa Kickstarter, una piattaforma di artisti e creativi che ha sostenuto anche progetti di graphic novel come Armageddonquest, opera titanica di 900 pagine di cui è fan anche Scott McLoud.

Il meccanismo del crowd funding chiede ai fan di sponsorizzare con una piccola somma la realizzazione di un’opera. Una casa editrice dedicata al mondo del fumetto che opera utilizzando questo metodo è la belga Sandawe. A partire da donazioni di dieci euro, i lettori potenziali possono trasformarsi in editori, adottando e finanziando un progetto che può essere stampato e distribuito nelle librerie o realizzato per il web. In questo modo, votano anche chi deve vivere e chi no. Un’altra realtà simile è Manolosanctis.

Digital Manga Guild invece lancia call aperte a singoli o a gruppi per tradurre e per il lettering. È anche un modo innovativo di organizzare il lavoro, non uno-molti ma uno-mondo.

E qui, pur con le garanzie che questi siti forniscono (se il progetto che si sponsorizza non arriva al livello minimo per la sua realizzazione, le donazioni vengono restituite), si viene ai centri d’attrazione su cui si basa il crowdsourcing: la fiducia e la filosofia wiki (qui un articolo di Wired sulle crowd-frodi); il concetto puro di collaborazione e il piacere di essere coinvolti in qualcosa che non ha un riscontro immediato e monetizzabile, ma che in qualche modo migliora il proprio mondo sul lungo periodo; la caratteristica web-based che rende progetti e contenuti più veloci, condivisibili, diffondibili, personalizzabili, declinabili. Linfa vitale per il marketing.

 
 

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